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    Grazie per i commenti.

    chilidilibri.altervista.org

    La precarietà non può essere ridotta a uno slogan dunque ogni personaggio dell’opera contribuisce ad aggiungere un tassello alla grande frammentarietà della tragedia umana. Precario, più che il contratto di lavoro, è l’uomo nella sua totalità. Per raccontarlo all'autore bastano poche righe per ogni personaggio e così porta avanti (a termine no, perché il progetto è per sua natura senza fine) una rappresentazione dell’anima che ci raccoglie tutti. Siamo tutti personaggi precari, in bilico sulle nostre piccole esistenze. Cosa può renderle grandi? La letteratura. Allora gli uomini e le donne stigmatizzati in due/tre frasi diventano eterni e rappresentativi di tutto il genere umano. Un’operazione sottile e geniale, perché la precarietà in cui viviamo non sia banalizzata dal racconto. Vanni Santoni la porta in scena così come è e la rende universale. Non è semplice provare a recensire un libro del genere. Si recensisce da sé, leggendolo, sfogliandolo. Un’umanità intera, piegata dalla vita, dalle speranze disattese, dalla fragilità che nelle donne mi sembra farsi, in pochissime righe per ciascuno, più consistente. Un universo da esplorare, col respiro corto, fra un personaggio e l’altro. Capita a tutti, in realtà, e viene da pensarlo leggendo PP, di intercettare conversazioni su un autobus, davanti un caffè al bar o in ascensore (ancor di più oggi che tutti parliamo al telefono senza filtri) e di fantasticare sulla vita più o meno squallida di chi parla. Come davanti allo specchio, viene anche da domandarsi come ci vedono gli altri e cosa immaginano di noi quando per un istante li incrociamo e ascoltano una frase spezzata. Ciascuno di noi è tutto lì, in quella frase a metà, captata e presto dimenticata.
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