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    Portando il noir a un livello superiore

    L'autore prima coinvolge i lettori in una storia che sembra una storia di Le Carré, poi ritorna in Italia per rendere chiaro che tutto può avere inizio in un vicolo assolato di una provincia lontana, anche l’intrigo internazionale che apre il romanzo. Cuciti sulla pelle di ogni personaggio, Pagliaro scrive dialoghi perfetti: mai in Italia si era vista la lezione di Leonard e Higgins riportata in vita con tanta abilità tecnica. L’arte, quando è grande, vive anche grazie a dettagli come una virgola in una descrizione oppure il ritmo delle battute in una conversazione. Antonio Pagliaro ascolta la vita e la trasporta verso il lettore con romanzi intensi come “Il bacio della bielorussa”.
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    Da non perdere

    Se vi piacciono i noir, o in generale i bei libri, non potete non leggere l'ultima fatica di Antonio Pagliaro. Il bacio della bielorussa è un noir solido, dall'architettura complessa. La scrittura, al solito asciutta e senza fronzoli, che alterna prima e terza persona, italiano e dialetto siciliano, con dialoghi degni del miglior Leonard e un ritmo elevatissimo, vi condurrà in mondo "nero" senza vincitori e vinti. Nel mondo messo in scena da Pagliaro nessuno può definirsi davvero innocente e concetti come "catarsi" e "redenzione" fanno molta fatica a trovare cittadinanza.
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    Trama avvincente e stile impeccabile

    L’ultimo romanzo di Antonio Pagliaro si apre sull'atmosfera distesa, rarefatta, lenta e monocroma di Utrecht e dei suoi canali, dove si rinvengono due cadaveri, ormai irriconoscibili, e dove a condurre le indagini è un ispettore stanco, frustrato dalla vita privata ma non disilluso dal lavoro, cui si dedica con senso del dovere e di giustizia. Col procedere delle indagini il caso si colora di diverse nazionalità: Bielorussia, Grecia, Lussemburgo e soprattutto Italia. Soprattutto Sicilia. “Due omicidi: tre italiani e un russo. Benvenuta a Utrecht, mafia”, commenta l’ispettore John Paul van den Bovenkamp. Quando la scena si sposta in Sicilia la mafia entra in scena prepotente con gli intermezzi di Franz il tedesco. Tra i colori di Palermo e il caos del traffico gli indizi si accavallano in una città dove è difficile essere del tutto innocenti e dove troviamo vecchie conoscenze di precedenti romanzi di Pagliaro, come Corrado lo Coco e il tenente Cascioferro, qui quasi comparse sullo sfondo, anche se pedine della partita. La narrazione misurata, composta, lapidaria e precisa delle prime pagine lascia pian piano il posto al racconto in prima persona di Franz, un racconto che si fa via via più ingombrante, più coinvolto, che si espande come una macchia di sangue sulla camicia, lenta ma inesorabile, fino a occupare tutta la scena. Perché Franz ci ricorda la lezione che troviamo in tutti i romanzi di Pagliaro. Che non si riduce tutto a buoni e cattivi e che essere innocenti è difficile, sempre di più, in una terra che non te lo permette. Ma in tutto il romanzo di Pagliaro non c’è traccia di retorica. Se Franz è un soldato di Cosa Nostra, Pagliaro è soldato dello stile. Le emozioni ce le indica da lontano o ce le mette nel piatto costringendoci a mangiare, ma fa fare tutto al lettore. Non incalza, non suggerisce, anzi sogghigna spesso, e ci lancia sguardi d’intesa nascosti dietro a certi nomi, persino dietro a certe virgole. Però il lavoro lo dobbiamo fare noi. È un intrigo internazionale, sì. È una storia di mafia con risvolti inaccettabili, anche. Ma è soprattutto un romanzo sulle bassezze dell’uomo, sulla fatica di essere fedeli a se stessi, sulla difficoltà di essere umani. Il tutto narrato con una maestria che non fa staccare gli occhi dalle pagine.
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    Impossibile da mettere giù

    Seguo Pagliaro dai tempi de "Il sangue degli altri" e attendevo con trepidazione "Il Bacio della Bielorussa". L'ho letto in tre ore senza mai metterlo giù: il libro racconta un intrigo internazionale che non si riesce a decifrare se non all'ultima riga, quando ogni prospettiva è ribaltata. Grandioso il personaggio di Franz "il tedesco", killer di Cosa nostra, che parla in prima persona in metà del libro: "Feci sì con la testa, e non feci domande. Mio padre non lavorava e non portava piccioli a casa, ma era un cristiano saggio. È inutile fare domande, mi aveva insegnato. Che cosa è tutto questo domandare? Se uno una cosa non l'ha detta, vuol dire che non la vuole dire. Quindi domandare è inutile." Strepitosi i dialoghi, le parti (poche) in dialetto, le citazioni musicali, l'atmosfera di una Palermo tanto calda e di una Utrecht tanto piovosa che si incontrano a creare un tifone che trascina il lettore fino all'ultima pagina. Consigliatissimo per gli amanti del thriller e del noir.
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    Ottimo!

    Tra Leonard e Manchette, un noir di respiro internazionale, non solo per il tema. Prosa curata e affilata. Nulla è fuori posto. Pagliaro è ormai uno scrittore maturo, che convince.
10

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