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Synopsis

Noi stiamo in isperanza che questo Libro di Sidrach non vorrà parere indegno di comparire tra le pubblicazioni a cui dà opera la nostra Commissione pe' Testi di lingua, sia come scrittura del secolo decimoquarto, sia come opera ch'ebbe ad essere nei tempi di mezzo ricercata e letta avidamente in Francia, in Italia ed in altre parti di Europa. Forse questo nome di Sidrach, sotto il quale amò di nascondersi lo scrittore, potrebbe ricordarci quel Sirach, padre di Gesù, reputato autore dell'Ecclesiastico, che i Greci chiamarono Sapienza o Panaretos di Gesù figliuolo di Sirach. Infatti noi troviamo che al nostro libro, in molti codici e in istampe del quattrocento, fu dato il titolo di Fontana di tutte le Scenze; e un manoscritto dell'Ambrosiana ne chiama l'autore Iesu Sidracho (1). Ma che che di ciò possa credersi, è fuori di ogni dubbio che lo scrittore di esso libro sperò, con impostura forse non rara a' suoi tempi, nome ed onore di profeta nel mondo; e facendo fascio di ogni erba, pur di darsi per illuminato da sapienza divina, compose una di quelle enciclopedie, ch'erano al medioevo in ammirazione e in amore, e che a noi rimangono come viva e parlante effige di esso. Sidrach di tutto parla, ogni questione risolve, dà a ogni domanda, come che sia, una risposta, facendo mescolanza continua delle cose più diverse, passando da un capitolo di misticismo illibato ad un altro di oscenità stravagante, insegnando al suo re una sapienza, ch'è a noi spesso documento irrecusabile della grossezza di quei tempi. Il libro di questo profeta contiene molto di teologia e di asceticismo: nè mancagli assai di politica, di storia, di medicina, di fisica, di cosmografia; nè un trattato dell'arte astrologica e delle virtù miracolose delle pietre e dell'erbe: imbandigione sontuosa degli errori e dei pregiudizi del medioevo. Quando ai secoli XII e XIII si cominciò a sentire il desiderio e il bisogno di divulgare quelle cognizioni, le quali erano state fino a quel tempo privilegio di pochissimi, vennero composti certi libri, quasi enciclopedie, dove, con più o meno di chiarezza e d'ordine, si raccolse tutto ciò che sapevasi intorno a Dio, alla natura ed all'uomo. La Francia ebbe così l'Imagine del Mondo, il Lucidario, il Breviario d'amore, e, massima fra tutte, l'opera famosa del Bellovacense; l'Inghilterra, i due poemi di Filippo di Thaun e il trattato di Alessandro di Neckam; l'Italia, il Tesoro di Brunetto Latini. Ma pochi tra questi si paiono tanto popolarmente divulgati quanto il Sidrach, del quale esistono codici francesi, provenzali, italiani ed inglesi; e parecchie edizioni fatte in Francia ed in Inghilterra nei secoli quindicesimo e sedicesimo; di maniera che non sono molte le biblioteche d'Europa a cui manchi o un manoscritto o una stampa di esso. Che significa ciò? Perchè ebbero a dilettarsi così nella lettura di questo libro, non solamente l'età di mezzo, ma i secoli posteriori? Come degnò appressare le labbra a questa fontana di acque torbide e lotose il dotto cinquecento? Una delle ragioni che possono spiegare un tal fatto ci pare che sia l'essere stato il libro di Sidrach tenuto quasi come un manuale dell'arte astrologica e dell'arte magica. Non è alcuno che ignori quanto cara fosse al medioevo quella scenza che le leggende narravano insegnata a Cam dagli angeli ribelli. Ma che meraviglia non ebbero dunque a provare le genti, quando nel Sidrach, operatore di prodigi, convertitore di miscredenti, profeta ispirato da celeste virtù, lessero che un angiolo stesso di Dio erasi fatto maestro in astrologia al prediletto Jafet? Questo dovea certo parere come una santificazione della scenza degli astri, la quale era posta così accanto alla teologia; ed anche quasi una canonizzazione della magia, se ne facea professione e ne dava insegnamenti un tale uomo, il quale abbondava in ogni maniera di sapienza più che umana. Tutto il medioevo farneticò dietro gli astrologi e i magi; perchè ogni cosa che avesse del meraviglioso, del fantastico, del soprannaturale, dell'impossibile piacque a quelle immaginazioni ardenti, a quei fervidi cuori; e non il volgo solo, ma anco gli uomini grandi parteciparono fatalmente all'indole morale di quei secoli, ai quali pareva sola ricchezza desiderabile e sola non colpevole sapienza, la fede. Inutile sarebbe parlar qui dell'astrologia, insegnata dal Sidrach chiaramente ed apertamente. Ma questo profeta ed astrologo fece egli veramente anco professione di magia? Di ciò ne è diviso non possa dubitarsi da chi legga i capitoli che discorrono le virtù prodigiose delle pietre e dell'erbe, le quali danno ai muti la favella, la vista ai cechi, fanno vedere le stelle di giorno; obbligano a dire in sogno i propri fatti più riposti e segreti; procacciano odio od amore; sono buone a guarire de' farnetichi, a non annegare nell'acqua, e via discorrendo. Quanto poi non avanzano ed eccedono le pietre in miracolosa virtù! Con lo zaffiro, ad esempio, può l'uomo uscire dalla prigione più vigilantemente guardata; e colla amatista otterrà dal proprio signore tutto che gli piaccia di chiedere. L'onice darà sogni che dicano ciò onde i morti abbisognano; chi abbia sopra di sè calcedonia, sarà parlatore di grande eloquenza; chi dal lato sinistro porti diamante, non potrà, cadendo da cavallo, farsi alcun male, e non commetterà peccato nè d'ira nè di lussuria. Altre pietre ti salveranno da morte subitanea, e se vecchio, ti renderanno forza vigorosa di giovinezza, e ti saranno rimedio ad ogni veleno. Preziosissime notizie dovevano invero esser queste agli uomini de' secoli medioevali; e se i dotti potevano leggere alcune di queste favole o in Dioscoride o in Teofrasto o in Plinio o in Alberto Magno od in altri, chi non sapesse di greco e di latino, nel Sidrach trovava quanto gli bisognasse; e leggendo in un libro di tanta santità era sicuro dalla paventata dannazione dell'anima. Perchè è bene da ricordare come due magie avesse il medioevo: una puramente diabolica, nella quale agli dei del paganesimo si sostituirono i demoni; l'altra, quasi una medicina ed una chimica magica, la quale deriva dalla forza delle piante, degli animali, delle pietre e dei corpi celesti. Chi ignora quello che fossero all'arte magica le erbe, i beveraggi e gli unguenti? Già, per tacere d'altri più antichi, Plinio, pur dichiarando la sua dotta incredulità, parlò dell'erbe buone ad avere figliuoli di bellezza e bontà singolari, a rendersi invisibili, a vincere i nemici, e ad ottenere altri effetti stupendissimi. Anche oggi gli arabi dicono di avere bevande che fanno cantare e ballare ed essere eloquenti; e gli indiani credono che un'erba possa farli mutare in figura di bestia, e che un'altra insegni a scoprire i tesori nascosti (2). Tutti ci ricordiamo di quel filtro magico o beveraggio d'amore de' romanzi cavallereschi. Questa medicina magica, che è tuttora in uso presso alcuni popoli barbari, fu nel medioevo tenuta in altissima venerazione. E per essa forse acquistarono fama di negromanti Gerberto (il quale in progresso fu fatto volare in aria in compagnia del diavolo), Ruggero Bacone ed Alberto Magno, a cui si attribuirono i curiosi libri de virtutibus herbarum e de virtutibus lapidum, che possono essere considerati appunto come trattati di questa magia naturale di cui parliamo, e che è professata dal Sidrach. Innocua magia, la quale anco delle cose sante fece spesso suo strumento, confondendosi col misticismo, di modo che fabbricò, non solamente unguenti, ma anco orazioni buone ad effetti molto miracolosi (3); e che durò lungamente, come può vedersi dalla Physognomonica e da altri libri del Porta.

Nel Sidrach però, oltre i capitoli di magia naturale, sono anche insegnamenti di medicina, i quali danno rimedi per la lebbra, per la volatica, per il male dello stomaco e del fegato, per istagnare il sangue della piaga e per altro. Nel che noi non vorremo troppo meravigliarci di certe strane ricette che troviamo, come la merda de' bachi da seta mescolata con sciloppo per guarire il fegato riscaldato; e la merda del cavallo mescolata col grasso del porco per ingrassare; e gli scarafaggi bruciati e bolliti nel lardo per la lebbra. Oltre poi la parte che riguarda i rimedi, leggiamo ancora altri insegnamenti di medicina: dove parlasi del corpo dell'uomo, del sangue, del parto, della pazzia, delle varie complessioni; ed in ciò sentiamo le dottrine di Galeno e quelle degli Arabi, spesso travisate e male spiegate, come di chi, non essendo scenziato, parla di cosa che solamente in confuso conosce. Così un'altra qualità viene ad aggiungersi al Sidrach, santo, astrologo e mago, per renderlo caro all'evo di mezzo; ciò è l'essere considerato il suo libro come un trattato di medicina popolare. Ed ognuno può agevolmente intendere per quali stretti legami nella mente dello scrittore questa si congiungesse all'astrologia ed alla magia, le quali non furono appunto in origine altro che degenerazioni della medicina.

Ancora ci è diviso che a divulgare questa fontana di tutte le scenze dovessero contribuire altre ragioni. Riducendoci a memoria ciò che fosse l'asceticismo del medio evo, o spietato nel maledire a tutti gli affetti della terra, o goffo arido bamboleggiante nelle sue mistiche contemplazioni, troveremo che il Sidrach è veramente più savio di molti altri; e mentre si piace nelle astruse sottigliezze teologiche, ricordasi spesso anche del mondo, insegnando cose che dovevano riuscire gradite al cuore di chi lo leggeva. Così, se potè parer santo dimenticare i parenti e ricusar loro ogni amore, eccovi nel Sidrach il precetto di amarli e d'aiutarli; e se la demenza umana fecesi adoratrice della povertà, predicando fonte di ogni male la ricchezza, il Sidrach vi dirà che anche la ricchezza è buona a qualche cosa, e che deve essere pregiata; facendo poi questa bella distinzione tra l'uomo ricco e il gentile: «gentilezza è potere e larghezza e vecchia possessione d'avolo e di bisavolo. L'uomo che ha grande potere ed è villano del suo corpo, sappiate che quelli non è gentile, anzi è ricco» (4). Quale scrittore mistico del medio evo avrebbe scritto tali parole? Ed esse non potrebbero per avventura esserci indizio che lo scrittore di questo libro, prima d'invaghirsi del mestier di profeta, amasse di frequentare le corti, forse cantando di donne e d'armi e d'amori? Perchè anco alle donne (così velenosamente maledette dai mistici) è largo qualche volta di affetto il nostro Sidrach; ed una allusione noi troviamo nel suo libro alla gaia scenza, e certi precetti di galateo che ce lo fanno parere uomo nè ruvido nè troppo dato al fervore degli anacoreti. Tutto ciò dovea piacere ai secoli di mezzo; e ogni maniera di gente avea di che sodisfare nel Sidrach al proprio desiderio. Onde esso divenne quasi sorgente a cui attinsero molti scrittori; e noi lo troviamo citato in parecchi libri, in compagnia di Aristotile, di Catone, di Salomone, di San Tommaso, come, ad esempio, nel Fiore di Virtù, e nelTrattatello della natura e virtù delle pietre preziose (5).

Resterebbe che parlassimo ancora di molte altre cose che leggonsi in questo volume; alcune delle quali stranissime, come sarebbe, che la gioia e il dolore derivano dal mangiar bene o male; che le stelle cadenti sono colpi di fuoco dati dagli angeli buoni agli angeli ribelli, che dimorano nell'aria; che Iddio ha fatto la notte perchè l'uomo dorma, se no avrebbe fatto tutto giorno; che l'erba più degna è il grano; e la più degna pietra è la macina del grano; che il dormire è la più saporita cosa che sia; che la vigna da Noè piantata di giorno fa il vino rosso, e quella che piantò di notte, il bianco. Ma da quel poco che siamo andati sin qui esponendo ci sembra che sieno a sufficienza indicate le ragioni che ebbero a rendere questo libro così divulgato e popolare nel medio evo. Onde più utile sarà che passiamo a vedere in che luogo e in che secolo esso sia stato scritto.

I più antichi codici del Sidrach sono in francese ed in provenzale: i Franchi sono spesso ricordati, come la più forte e la più gloriosa gente del mondo. Questo solo basta a renderne certi che lo scrittore fu un francese, il quale compose l'opera sua o nella lingua d'oïl o in quella d'oc. Non sappiamo per quale ragione il Le Clerc supponga che l'autore del Sidrach fosse un ebreo; e che l'opera, quale fu stampata nei secoli XV e XVI, sia una imitazione amplificata del primitivo lavoro (6). Nè meno possiamo intendere come da lui si giudichi incerto il tempo nel quale il libro fu scritto. Prendiamo brevemente in esame il Prologo, identico in tutti i codici che abbiamo veduto. Quivi si narra come il prezioso volume, posseduto già da un principe di Soria, poi smarrito, appresso venuto alle mani di un greco arcivescovo di Samaria, fosse portato in Ispagna, dove fu tradotto di greco in latino; e come al re di Spagna lo chiedesse in prestanza il re di Tunisi, il quale fecelo tradurre in saracinesco. Da Tunisi n'ebbe notizia Federigo imperatore, il quale mandò un frate di Palermo, che lo ritraducesse in latino e glie lo portasse. Alla corte di Federigo videlo un filosofo di Antiochia, che copiatolo, lo mandò al patriarca della sua patria; e da Antiochia un chierico portollo in Tolletta. Questi viaggi, queste traduzioni e ritraduzioni del libro, a noi sembrano un'arte dallo scrittore usata a fine di dare all'opera sua maggior valore, facendo credere che la fosse già stata tenuta in gran pregio da re da imperatori da patriarchi. E l'indizio più chiaro della favola sta nel principio del racconto, dove è detto che in origine questo libro ci «venne d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani a uno grande uomo, che lo volle ardere per lo consiglio del diavolo; e Iddio non volle che ardesse» (7). Ma senza tener conto di ciò che può essere piaciuto di narrare all'ambiziosa fantasia dello scrittore, resta pur sempre che in questo prologo è chiaramente ricordato Federigo II imperatore. Oltre ciò, al Cap. LI parlasi dei frati minori e dei frati predicatori. E finalmente negli ultimi capitoli dell'opera, in mezzo alla confusione di racconti guasti dalla tradizione o dalla fama, si accenna evidentemente ai fatti della quarta Crociata, e forse ad alcuno della sesta. Lo scrittore del libro è adunque posteriore alla prima metà del secolo decimoterzo; e siccome possiamo molto ragionevolmente supporre che gli ultimi fatti di cui parla sieno gli ultimi veduti o conosciuti da lui, così non saremo fuori del vero argomentando ch'egli abbia compilata la sua opera nei primi anni dopo il 1250; tanto più che essa verso gli ultimi del secolo ci si mostra già largamente divulgata. Se Pietro Venerabile all'anno 1140 cita il libro di Sirach (8), egli allude senza dubbio, non alla compilazione del Sidrach, quale è ne' codici francesi del secolo XIII e XIV, ma probabilmente a qualche altro lavoro fatto sull'Ecclesiastico, e del quale potrebbe essere quasi una seconda redazione ed anche unaamplificazione il Sidrach nostro. Ma questa non è che una congettura; la quale forse da accurate indagini sui manoscritti francesi potrebbe essere chiarita.

Dei molti codici del Sidrach daremo in altro luogo una bibliografia, la quale studieremo di rendere meno incompiuta che per noi si possa (9). Qui intanto occorre dire de' manoscritti che hanno servito alla presente edizione; ed anzi tutto del francese (COD. RICCARDIANO N.o 2758, indicato nelle note C. F. R.). Dai caratteri paleografici questo codice apparisce del secolo XIV, e noi siamo di credere che debba averlo copiato un italiano, il quale non fosse nella lingua d'oïl più che mezzanamente istruito (10). Onde spesso accade di trovare parole delle quali non intendesi e neppure può essere indovinato il senso; le regole della grammatica non sono osservate; e molte voci appariscono scritte a seconda della pronunzia italiana. Chi voglia, può certificarsi di questo ne' brani di esso codice, i quali ci è accaduto di dover recare in nota; ma a prova più larga della nostra opinione ne piace riprodurre qui un tratto maggiore del manoscritto, trascrivendo senza correzione nessuna:

«Le vin si est une preciousa chosse et digne et si est salu dou cors et de l'arme et per vin se peut sauver son cors de molt de enfermites. Et per vin peut hom sauver s'arme de mout de pechies. Ensi com le vin est salu dou cors et de l'arme, ausi est in perdicione dou cors et de l'arme. Car per vin peut hom perdre son cors et s'arme legieremente. Le vin si est per le sages chi le boivent atemprement et a raison et ne font nul daumage ne a eaus ne a la gens; a celes genz vaut miaus a boivre le vin che l'aigue. E as fos chi le boivent folement si boivent le sens o le vin et perdent leur sens et luent la gens et les robent o se tuent ou ce laissent tuer per leur sollement boivre le vin. A cil lor vaut miaus boivre l'aigue che le vin, et le vin n'est mie fait por tel gens nive leur est ne droit ne leyaus ...... Les rois et les seignors dovient estre premiers leyaus de lor cors et de lor iugemens. Apres si doivent estre ardis et prous et vailans de leur cors. Apres doivent estre large et donans. Apres si doivent estre as mauvais et as outraious fiers et durs, ivians a tous a chascun selonc sa deserte a droit et a raison, ia soit ce che il soient nigie a mort et a taglier membres. Se les rois et les seignors sont leyaus de lor cors et de lor parole il font aplaisir a Dieu et honorer a leur seignor; et si sont sages et porveans, il le doivent bien estre, et por ce che luer gens pregnent essample diaus et che il soient tels ce il sa gens et donant itels doivent nestre......

Il y a bons chevaus ases par le monde et biaus. Mais cheval doit avoir en lui IIII choses longues et IIII cosses cortes et IIII chosses larges. Premierement doit avoir le biau cheval en lui lonc col et longues giambes et longe sengle et longe coe. Et si doit avoir en lui large groppe et large boche et large nariles. Et si doit avoir en lui cort pasteron et cort dois et cortes oriles et corte coe, non pas le pel mais la propriete de la car et de l'os.»

Sarebbe affatto superfluo che noi ci facessimo a dimostrare particolareggiatamente agli studiosi della lingua d'oïl non essere questo il buon francese del secolo quartodecimo, il quale scorre proprio elegante fluido efficace sotto la penna di molti poeti e prosatori, tanto più elegante, pare a noi, in quei primi secoli, che oggi non sia. E senza volere far paragone del francese di questo Codice Riccardiano con quello, a modo di esempio, corrottissimo e in tante parti non decifrabile, di Niccolò da Casola, e neppure con quello di Martino da Canale, pur non è dubbio che anche il francese del Sidrach non apparisca guasto ed errato. Tra le illustrazioni che faranno seguito al presente volume sarà ancora uno studio su molti codici francesi delle biblioteche italiane, e su quelli specialmente di cui non dettero saggio nè il Keller nè l'Heyse (11). Ivi apparirà manifesto come in Italia si scrivesse e si copiasse il francese nei secoli XIII e XIV; e come dagli errori del testo altri errori derivassero nelle traduzioni che allora si fecero, ai quali è da aggiungere ancora i molti e stranissimi che dalla conoscenza scarsa della lingua derivavano. Da ciò dovrà essere chiaro ad ognuno come quei nostri antichi volgarizzamenti abbiano bisogno di un raffronto continuo coll'originale, se voglionsi dare scritture alle quali il senso non manchi, e che possano giovare alla storia della lingua. Che cosa è, come lo possediamo nelle stampe, quel Tesoro di Brunetto Latini, del quale, fino dal 1816, desiderava il Giordani (e anch'oggi dovrebbe desiderarlo) il testo italiano ridotto alla vera lezione e accompagnato col suo originale francese? Che cosa sarebbe il Sidrach, se pubblicato sui codici italiani soli, senza le correzioni e le illustrazioni che dal paragone col francese derivano? Nè crediamo sia buona e saggia la opinione, che pure oggi alcuni sostengono, essere da sfatare come inutilissime ed anzi dannose le traduzioni de' primi secoli della lingua. Le quali, se anco non fossero parte della storia delle nostre lettere, e se non ci fossero documento della cultura di quei tempi, rimarrebbero sempre alla lingua importantissime, e indispensabili a chi vorrà e saprà, quando che sia, fare che all'Italia non manchi un glossario della sua lingua, comparata colle altre lingue uscite dalla sorgente latina. Sappiamo non in tutte le traduzioni del duecento e del trecento potersi ammirare una uguale eccellenza di dettato; ma da ciò stesso usciranno utili considerazioni; e, ad ogni modo, il traduttore meno garbato d'allora, potrà sempre essere maestro di proprietà nell'arte, a noi, che non possediamo e non amiamo più nessun'arte, e pare che consigliatamente studiamo di imbarbarire la nostra povera lingua. Non vogliamo parlare delle traduzioni dal latino, nè dire quanto le lettere nostre abbiano potuto ricevere di utilità da' volgarizzamenti di Virgilio, di Livio, di Sallustio, di Ovidio; delle Vite de' Santi Padri, de' Morali di papa Gregorio, e di altri non pochi, tutti elegantissimi. Ma, e le traduzioni de' romanzi di cavalleria, chi si assicurerà di affermare che furono inutili alla lingua ed alla letteratura? Forse perchè in esse troviamo la forma francese? Ma in che si differenzia dunque questa forma francese dall'italiana, nel secolo tredicesimo? Chi si provasse a tradurre parola a parola una poesia o una prosa francese di quel secolo, avrebbe una buona e spesso elegante scrittura italiana; come eleganti sono quasi tutti i nostri romanzi cavallereschi, de' quali i più non sono che letterali volgarizzamenti. A volere però che utili riescano quelle traduzioni, occorre che le sieno raffrontate col testo, sia per correggere gli errori, sia per chiarire i passi più oscuri, sia ancora per mostrare che nelle origini il francese e l'italiano amarono la stessa giacitura di parole e lo stesso temperatissimo stile; come anch'oggi, sventuratamente, pare che amino e l'uno e altro, rinnegando la loro origine, slanciarsi senza regola nelle stranezze e nelle metafore più ardite e più goffe, senza pure serbare quel decoro, che almeno al seicento non mancava.

Dopo il Codice francese 2758, ci siamo giovati assai del CODICE RICCARDIANO 1930 (indicato nelle note C. R. 1.) Esso appartiene senza dubbio ai primi del secolo XIV, ed avrebbe per molti titoli meritato preferenza sugli altri, se non fosse di una redazione soverchiamente abbreviata, contenendo appena la terza parte dei capitoli degli altri codici; onde non avrebbesi avuto da esso un giusto concetto di quello che sia l'opera del Sidrach. Il traduttore è spesso elegante; e noi lo giudichiamo senese dalle forme de' verbi essare, scrivare, aombrarà, vivare ec., che leggonsi costantemente nel Ms. (12). A molti luoghi (come dalle note apparisce) il testo di questo codice corregge quello degli altri, ed è poi sempre nella forma più proprio e più accurato. L'abbreviazione va crescendo quanto più il traduttore volge al fine del suo lavoro; e sembra come uomo preso dalla noia, il quale, avendo cominciato colla intenzione di fare un volgarizzamento, a poco a poco riducesi ad abbreviare, e poi salta addirittura molti capitoli, e termina col far cosa quasi originale. Noi non possiamo astenerci da riferire qui alcuni degli ultimi capitoli di questo Codice, li quali ci sembrano, nella loro brevità, bellissimi:

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