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    Scopri chi sei, non come ti chiami.

    “L’ultimo Abele – Storia di un’ossessione” di Massimo Della Penna è uno dei libri più intriganti che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi, al punto da rendermi difficile trovare letture altrettanto coinvolgenti e appassionanti.Seguendo l’esempio dell’autore che svela subito il finale, dirò fin d’ora dove andrà a parare questa recensione: somiglierà sfacciatamente a una dichiarazione d’amore. Perché di questo si tratta La storia (o dovrei dire: le storie?) mi ha conquistata e fatta sua già dalle prime righe, per il forte impatto emotivo che suscita. Credo che l’opera possa generare un’accoglienza dicotomica: o la si legge d’un fiato con l’ansia che monta nel desiderio di sciogliere tutti gli intricati intrecci, o la si abbandona dopo le prime pagine, per l’incapacità di seguire i tortuosi sentieri tracciati da questa sorta di guida alpina che è Massimo Della Penna. Leggere il suo romanzo è come inerpicarsi lungo un passaggio montano: a tratti ti inoltri nel fitto di un bosco, a tratti percorri un canalone, a tratti ti muovi vertiginosamente in cresta finché, raggiunta la vetta, ammiri estasiato il panorama, guardandolo da una nuova prospettiva e scoprendo meraviglie che stando a valle mai avresti colto. In estrema sintesi, è la storia di un uomo che deve fare i conti con una pesante eredità lasciatagli dal padre sotto forma di un nome a dir poco ingombrante. Questo lascito porta con sé però un importante insegnamento:“Scopri chi sei, non come ti chiami”. È un invito a opporsi a un destino che sembra segnato da altri, simbolo di un amore per la vita vissuta al di là di ogni etichetta, difficoltà, sofferenza o fallimento. È lì a dire che forse non c’è sempre la possibilità di un’espiazione, ma che la speranza nella redenzione non muore insieme a noi: ci sopravvive. Attorno a questo filo conduttore (il più volte preannunciato clou che si dipanerà solo nelle ultime pagine), si sviluppano varie vicende abilmente aggrovigliate come una matassa con cui abbia giocato un gatto impazzito. Pazzesco è pure il modo in cui sono numerati i capitoli, ma anche questa originalità ha un suo perché. Molto apprezzabile è la caratterizzazione dei personaggi con alcuni dei quali si crea una spontanea empatia, mentre viva e pittorica è la descrizione degli ambienti, tanto da avere la sensazione di starci dentro. Con le parole, il nostro, ci sa decisamente fare: le annoda, le scioglie, le infila, le reinventa, le snocciola, a volte con finta leggerezza a volte con vera intensità. Almeno due sono infatti i piani di lettura – magistralmente condotti - con cui bisogna misurarsi accostandosi a “L’ultimo Abele”, così come due sono gli stili narrativi: uno più intimistico e di elevata profondità, in cui il tono si fa sussurrato e vibrante, l’altro più scanzonato e divertito che rende efficacemente il clima di cameratismo e complicità (o sottile rivalità?) tra i colleghi maschi dello studio legale in cui si svolge parte significativa della vicenda. Insomma: si piange, si sorride e si ride in un saliscendi di emozioni che ti catturano l’anima.Come davanti a quel film di cui ti fermi a leggere anche i titoli di coda, per rinviare il momento in cui ti alzerai dalla poltroncina a decretare il definitivo THE END.
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