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"Ma lei, Borges, esiste?"

Di Andrea Coccia • agosto 23, 2020

Di questi tempi, nel bel mezzo di una pandemia globale che rischia di minare le basi della nostra società, nel pieno di una crisi climatica irreversibile e terrificante e persino immersi in una congiuntura politica internazionale che a voler essere cauti è spaventosa, ci si potrebbe chiedere che diavolo di senso abbia continuare a leggere l’opera di uno come Jorge Luis Borges, bibliotecario argentino piccolo borghese, quasi cieco per più di metà della sua vita, che parla di un mondo a tutt’altra velocità, ormai morto e sepolto, lontano anni luce dall’oggi. Jorge Luis Borges, un uomo fragile, appoggiato al suo bastone adunco, con gli occhi strabici e trasparenti della cecità, timido e talmente chiuso nel suo mondo fatto di libri da risultare agli occhi di molti un iper-conservatore a tratti reazionario.

E insomma, quando il mondo è in fiamme, letteralmente, perché continuare a leggere qualcuno che coi suoi racconti dalla realtà ci trascina via e che quel mondo non lo ha pressoché mai conosciuto e non se n’è mai interessato? Perché leggere qualcuno che sembrerebbe aver messo al bando la politica e la propria contemporaneità dalle proprie opere? Perché tenere in vita la memoria di un giocoliere dell’immaginazione filosofica che nel teatrino del suo immaginario preferiva storie di divinità inconsapevoli, gauchos persi nella pampa e doppi di se stesso, mentre intorno a lui, a cominciare da poco fuori casa sua, venivano perpetrati alcuni dei più ignominiosi crimini contro l’Umanità? Cosa mai ci potremo trovare, in quel che ha scritto, che ci può essere ancora utile e che non sembri una perdita di tempo, un mettere come struzzi la testa sotto la sabbia?

Domande come queste non sono nuove. Dubbi simili devono essere frullati nella testa degli accademici di Svezia per parecchi decenni, per esempio, tanto che il Premio Nobel non è mai stato nemmeno avvicinato al nome di Jorge Luis Borges, se non per spiegare il motivo per cui non glielo avrebbero mai dato, ovvero per colpe soprattutto extra letterarie. Niente di strano, il Nobel storicamente ha sempre cercato di premiare autrici e autori che, al contrario di Borges, nei propri romanzi affrontavano la società contemporanea e la realtà sociale di petto, mentre il nostro bibliotecario della realtà sociale non sapeva un bel nulla e un bel nulla gli importava.

Forse anche per questo pervicace snobismo della realtà contemporanea, Borges è sempre stato etichettato come un gran conservatore. Ma per alcuni addirittura era anche peggio. Era un reazionario, un complice di assassini, un ignavo che difese la dittatura argentina dei generali. Questi erano i giudizi di chi non gli ha mai perdonato un pranzo nella primavera del 1976 e alcune sue dichiarazioni successive, in cui l’argentino effettivamente non è stato esattamente all’altezza della pura bellezza dei propri racconti.

Per la cronaca, il pranzo fu quello del 19 maggio 1976, quando Jorge Luis Borges, in compagnia di Ernesto Sabato, di Horacio Esteban Ratti e di don Leonardo Castellani mise le gambe sotto lo stesso tavolo del generale Jorge Rafael Videla e bevve qualche bicchiere di rosso in loro compagnia qualche bicchiere. Le dichiarazioni, invece, sono quelle del settembre di quello stesso anno, quando Borges disse a una televisione spagnola che «La democrazia è solo una superstizione», e che «Il regime del generale Videla domina a poco a poco il caos nel quale si trova l’Argentina». È tutto vero. Quel pranzo ci fu e quelle frasi Borges le ha dette sul serio, ma limitare il suo genio all’aneddotica e rischiare di perdercelo per strada sarebbe un vero peccato, sia per Borges, che non se lo merita, che per noi.

Cercare di mettere da parte quella versione meschina e dimenticabile di Borges, quella del pranzo con Videla e di quelle frasi che possono suonarci abominevoli, e sostituirlo con un Borges che invece vale veramente la pena di portarsi dietro e continuare a leggere, non è in realtà molto complesso. Basta leggerlo.

Potremmo partire da un frammento che troviamo nell’Abbozzo di autobiografia, pubblicata in italiano in coda al volume Elogio dell’ombra, in cui Borges ricorda il padre e scrive parole che non sembrano per niente dello stesso tipo di quelle subdole delle stesso reazionario che era al tavolo con Videla. Scrive Borges, parlando di suo padre: «Una volta mi disse che avrei dovuto guardare molto bene i soldati, le uniformi, le caserme, le bandiere, le chiese, i preti e le botteghe dei macellai perché tutte quelle cose sarebbero presto scomparse e avrei così potuto dire ai miei figli che io le avevo viste. Sfortunatamente, la profezia non si è ancora avverata». Parole che lasciano pensare a tutto fuorché a un nazionalista reazionario, tanto che se le leggessimo nella prefazione qualche pamphlet radicale tipo La morale anarchica, forse non ci stupiremmo.

O ancora, troviamo più di una ulteriore prova di quello stesso spirito tutt’altro reazionario che ci può far dimenticare quel pranzo e quelle dichiarazioni orribili anche in alcuni dei saggi che compongono le Altre inquisizioni. In annotazione al 23 agosto 1944, per esempio, quando rivive i giorni della liberazione di Parigi, scrive «Il nazismo pecca d’irrealtà come gli inferni di Erigena. È inabitabile; gli uomini possono solo morire per esso, mentire per esso, uccidere e spargere il sangue per esso. Nessuno, nella solitudine centrale del suo io, può desiderare che trionfi». O di nuovo, in quella piccola perla rappresentata da Il nostro povero individualismo, leggiamo: «Il nazionalismo vuole ammaliarci con la visione di uno Stato infinitamente molesto; codesta utopia, una volta realizzata sulla terra, avrebbe la virtù provvidenziale di far sì che tutti desiderassero, e finalmente costruissero, la sua antitesi». Se queste cose le avesse dette alla casa Rosada nel maggio del 1976, quel Bianchi 1887 che Videla fece stappare per l’occasione c’è da scommettere che sarebbe andato di traverso al dittatore.

La Letteratura ad ogni modo è una giungla infida, e ci sono moltissimi esempi in cui le colpe degli uomini — ben peggiori di un pranzo — hanno rischiato di farci perdere per strada opere maiuscole. Per fortuna, però, quando sono maiuscole sul serio, resistono anche all’infamia di chi le ha create.

Ad affrancare il Céline che scrive Viaggio al termine della notte dal misantropo stronzo che era il signor Destouches è stato un linguaggio che pare dettato dal dio del suono in persona e l’umanesimo ghignolesco che nemmeno il suo antisemitismo è riuscito a spegnere nei suoi romanzi. A salvare l’Houellebecq che scrive Le particelle elementari dall’egomania e dal pessimismo odioso del signor Thomas è la potenza e la limpidezza con cui, nei suoi romanzi, ci spara in faccia la verità. A farci ricordare il Lovecraft tessitore di quei racconti che hanno nutrito i nostri peggiori incubi di ragazzini invece che quel suo sociopatico omonimo che nella sua vita, a Providence, Rhode Island, non uscì quasi nemmeno di casa è la profondità impossibile delle sue angosce, che sono anche le nostre.

E il povero Borges? Che cosa lo salva? Provate a leggerlo e lo capirete al volo: lo salva la potenza di un dettato tanto articolato e complesso da sembrare il frattale dell’Universo, ma, nello stesso tempo, sintetico e rapido come un colpo di coltello, capace di arrivare al cuore e alla testa di chi legge e cambiargli la vita nel giro di poche pagine quando tutti gli altri hanno bisogno di un romanzo intero.

Nell’intera produzione di Jorge Luis Borges, ognuno trova le sue perle. La lista di quelle che hanno cambiato la mia vita di lettore di sicuro contiene la triste accettazione del proprio destino del Minotauro che aspetta paziente Teseo nel proprio labirinto-prigione; la solitudine assoluta, contemporaneamente terrorizzante e pacifica, del bibliotecario della infinita biblioteca di Babele; la memoria totalizzante del povero Ireneo Funes; il coraggio inspiegabile e commovente del barbaro Droctulf che sceglie di diventare un traditore per una bellezza che nemmeno capisce; la tenace quanto inutile forza di volontà del cecoslovacco Hladik davanti al plotone di esecuzione; la metafora totale e verosimile della lotteria di Babilonia e le ultime parole di Tzinacàn, che rinchiuso nel buio della sua prigione, davanti alla possibilità di essere dio, rifiuta l’eternità e il potere per l’oblio:

«Muoia con me il mistero che è scritto nelle tigri. Chi ha scorto l’universo non può pensare a un uomo, alle sue meschine gioie o sventure, anche se quell’uomo è lui. Quell’uomo è stato lui e ora non gl’importa più. Non gl’importa la sorte di quell’altro, non gli importa la sua azione, poiché egli ora è nessuno. Per questo non pronuncio la formula, per questo lascio che i giorni mi dimentichino, sdraiato nelle tenebre».

Leggendo racconti come questi viene da pensare che, se la letteratura è una piramide, Borges è l’Universo stellato che ci sta sopra. Confesso di averlo pensato veramente dopo aver finito e ricominciato di seguito Finzioni. Ma la bellezza di Borges è anche il suo essere così assurdamente e profondamente coerente con quello che avrebbe scritto lui stesso se fosse stato un suo personaggio. Borges è un Universo che si nega e si afferma contemporaneamente, che si contempla come in uno specchio infinito, quello detestabile come la copula perché moltiplica gli uomini e dal cui fondo udremo il rumore delle armi.

Lo stesso Borges che ti porta a pensare di non poter leggere altro che lui per i secoli dei secoli, è anche colui che ti spiega perché non lo farai, che ti convince che i classici non esistono. E come può stupirci? Stiamo parlando di un personaggio che, di fronte alla domanda assurda “Ma lei, Borges, esiste?” che gli fece un giornalista spagnolo, rispose che non ne era mica sicuro. Lui, che era tutti i libri che aveva letto, tutte le città che aveva visitato, tutte le donne che aveva amato, lui, che agognava l’oblio ma creò magistralmente sia i suoi successori che i suoi predecessori, lui, ovviamente, una cosa del genere l’aveva già rigettata con un sorriso molto prima ancora che la potessimo pensare.

Lo leggiamo nell’ultimo dei frammenti che compongono Altre inquisizioni e che si intitola Sui classici, in cui scrive:

«Le emozioni che la letteratura suscita sono forse eterne, ma i mezzi devono costantemente cambiare, sia pure in modo assai lieve, per non perdere le loro virtù. Si consumano a misura che il lettore li riconosce. Da qui il pericolo di affermare che esistono opere classiche e che lo saranno per sempre. [...] Classico non è un libro che necessariamente possiede questi o quegli altri meriti; è un libro che le generazioni degli uomini, spinte da diverse ragioni, leggono con previo fervore e con una misteriosa lealtà».

Forse le lettrici e i lettori di domani si dimenticheranno di quel bibliotecario cieco e così poco propenso alla vita che si agitava appena fuori dal suo immaginario. Da quel che leggiamo, questa era anche la sua speranza, l’oblio, che Borges condivide con molti dei suoi personaggi, come quel Tzinacàn che lascia che i giorni lo dimentichino sdraiato nelle tenebre. Io però sospetto che non sia vero. Io sono quasi sicuro che quella sia l’unica cosa su cui Borges ci abbia mentito, così come sono quasi sicuro che l’Aleph, in calle Garay, lui l’abbia visto veramente.

Si scrive per resistere al tempo, per essere ricordati, non per il contrario. E nonostante il futuro di Borges sia nelle mani e negli occhi dei suoi futuri ipotetici lettori, c’è anche la possibilità che non vada a finire come sperava lui, nell’oblio, e dipende soprattutto da chi Borges lo già letto. Dipende da noi che ci siamo già persi in quelle sue vertigini e che continueremo a farlo, rileggendolo come si rivede ogni paio di anni il proprio film preferito, tornando di tanto in tanto sulle sue pagine pazzesche. Dipende da noi che cercheremo di farlo leggere negandogli quel sollievo dell’oblio, facendolo proprio come scriveva lui, con una fedele e misteriosa lealtà.

Perché? Perché la lucidità e l’intelligenza delle sue pagine ci risarcisce della cieca idiozia belante che ci circonda.

Il libro degli esseri immaginari di Jorge Luis Borges

Spinto da una inesauribile passione per le strane entità sognate dagli uomini – dalla Fenice, immagine dell’universo, al t’ao-t’ieh, «mostro formale, ispirato dal demone della simmetria a scultori, ceramisti e vasai» –, Borges ha perlustrato nel corso degli anni letterature e mitologie, enciclopedie e dizionari, resoconti di viaggio e antichi bestiari, scoprendo tra l’altro che la zoologia fantastica è percorsa da singolari, seducenti affinità

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Storia universale dell’infamia di Jorge Luis Borges di Jorge Luis Borges

Simile a un enciclopedista cinese, Borges volle accostare una sequenza di destini tenebrosi come altrettanti «esercizi di prosa narrativa». Il tono è quello, impassibile, di chi intende «raccontare con lo stesso scrupolo le esistenze degli uomini, siano stati divini, mediocri o criminali», e ritrovarle tutte in una pura «superficie di immagini». Ma chi cercasse in questi ritratti dati certi e attendibili si ingannerebbe.

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Inquisizioni di Jorge Luis Borges

Nel 1952 Borges affida alle stampe un libro dal titolo conturbante, "Altre inquisizioni". E appare subito chiaro che un solco profondo, e decisivo, è stato scavato: nell’arte del saggio come nel modo di accostarsi alla letteratura. Ma perché «altre»? A quale misterioso precedente alludeva quel titolo? La soluzione del mistero sta in una remota e ripudiata raccolta di saggi del 1925, "Inquisizioni".

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Andrea Coccia (Milano, 1982), giornalista e scrittore, ha pubblicato la raccolta di racconti I giorni più lunghi del Secolo breve (Ledizioni, 2019), il pamphlet Contro l’automobile (Eris Edizioni, 2020) ed è tra gli autori del documentrario Slow News. A militant documentary (Ik Produzioni, 2020). Ha co-fondato Slow News, e farà parte per sempre del collettivo satirico L‘antitempo (Premio della Satira di Forte dei Marmi 2013).

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