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"La bontà è artificiale". Alle origini della Neo-Cina

Di Alessandro Mazzi • gennaio 05, 2021

La Cina di Xi Jinping scatena le sue ombre nel tentativo di rifondarsi come centro per la società globale. La sua storia, nell’opera canonica di Paolo Santangelo, traccia le vie tra antichità sciamanica e mondo contemporaneo, rivelando che la dittatura di Xi è un retaggio che va compreso con coscienza filosofica.

I motivi di fondo della Cina sono quelli delle altre grandi civiltà. La necessità di orientarsi in un ciclo di fasi cosmiche e mutamenti che vanno praticati nella sfera collettiva e in quella individuale; la preoccupazione di mantenere l’ordine politico, mai disgiunto dai cicli naturali, riunendo le differenze regionali sotto un unico potere celeste riflesso dall’imperatore e consolidato dai ministri; l’urgenza di dotarsi di maestri sapienziali, di cui Confucio è l’epitome, per guidare rettamente il singolo. Non esistono divinità creatrici o leggi immutabili nel cuore cinese, né l’idea occidentale di religione. Si ha una dimensione pratica che non si è mai chiusa nella speculazione: ogni pensiero concerne la coltivazione della virtù morale o della propria essenza per realizzare benessere e preservare l’armonia.

Lo spirito cinese nasce nella divinazione, chiedendo responsi al Cielo sulla condotta da seguire. Come ricorda Marcel Granet in Il pensiero cinese, l’esistenza è scandita dagli aspetti Yin e Yang, il gioco di «due manifestazioni alternantesi e complementari» che dettano le modalità con cui la natura esteriore e interiore, umana e non umana, solare e lunare si accordano da sé. Sono questi a indicare i momenti propizi e le azioni da compiere, la «formula ritmica del regime di vita» su cui viene elaborato il calendario comunitario.

I processi vitali dello yin e dello yang sono il sostrato della Cina, determinano quando agire e quando ritirarsi.

Filologicamente i due caratteri rappresentano il lato ombroso o soleggiato di una collina, su cui possiamo spostarci a seconda della necessità. Tutti i campi dell’azione, dall’arte della guerra di Sun Tzu alla medicina cinese, rispondono di questi due battiti. Più che agire per scopi e fini, il cinese preferisce essere in sintonia con lo spirito del momento. Anche una ritirata o una sconfitta sono fertili, perché in ogni evento si trovano sopite altre possibilità. Filosoficamente lo yin e lo yang non creano a priori una scissione etica dell’esistente, perciò il bene e il male non sono assoluti in sé che determinano la relazione tra uomo e natura come per l’occidente, ma sono dettati dall’accordo che ciascuno intrattiene con l’alternanza universale dei due movimenti.

Fino alla dinastia Shang i processi naturali vengono retti da regnanti sciamani semi-leggendari, i Cinque Imperatori e i Tre Augusti. Improprio definirli dèi o figure miticizzate, si tratta invece di divinatori ed eroi culturali che hanno insegnato le basi della civiltà e trasmesso le storie dei loro viaggi immaginali nel cosmo in forma oracolare, in maniera non dissimile ai rishi vedici. Fu Xi, uno dei Tre Augusti, è in particolare un potente sciamano del folklore cinese che ha ricevuto in visione l’ordinamento dello yin e dello yang, assieme alla rivelazione dei trigrammi che sfoceranno negli oracoli di epoca successiva. Tra questi l’I Ching gli è direttamente attribuito, da consultare nella traduzione di Richard Wilhelm o del Circolo di Eranos. Imprescindibile per l’azione di governo, i 64 esagrammi codificano le proporzioni di yin e yang in linee spezzate e intere per rivelare le possibili mutazioni negli avvenimenti. La mutazione implica la spontaneità per cui qualcosa si realizza: viene perseguito un lavoro che non richiede sforzo. Persino Confucio consultò l’oracolo tanto da spezzare per tre volte i legacci del libro. La numerologia è parte fondante della divinazione cinese, ma come si legge in Divinazione e Sincronicità di Marie-Louise von Franz, il numero dell’oracolo ha valore qualitativo. Si cerca la sincronicità, e il numero esprime la corrispondenza del momento. Un’eredità così radicata che nei punteggi numerici dell’attuale sistema di credito sociale non va cercato il desiderio di una distopia digitale ma il bisogno, pervertito dalla quantificazione, di riempire il vuoto lasciato dal sapere oracolare nella sfera politica.

Dopo la dinastia guerrafondaia Zhou i referenti sciamanici vengono soppiantati, l’imperatore regnerà grazie al Mandato Celeste, un decreto divino impersonale. Il componimento Domande al Cielo del poeta Qu Yuan, raccolto nell’antologia poetica dei Canti del Sud durante il periodo degli Stati Combattenti, riprende i rapporti col Cielo del cinese antico. Si fa strada un senso di smarrimento dove i viaggi sciamanici dell’antichità si muovono assieme al disordine dell’epoca. «Come fa il Cielo a coordinare il suo moto?», chiede il poeta, quesiti che riverberano nel Zhuangzi dei capitoli esterni, dove si chiede «Chi, non agendo, imprime la spinta che fa andare avanti tutto ciò?». È lo sciamano Xian Tiao a rispondere:

«Il Cielo possiede sei direzioni e cinque fasi. Se i re e gli imperatori vi si conformano c’è il buon governo; se gli si oppongono, la sventura».

Dal cosmo agli affari terreni, l’impero e la società si muovono seguendo il trascendente, perché dirà pure Confucio «Chi trasgredisce nei confronti del Cielo non ha chi pregare». La Cina diventa così la terra del Cielo e del Tao. Nel Cielo e in tutti gli esseri il cinese arcaico coglie un procedere sul proprio corso indefinibile e universale che chiamerà Tao, la Via.

Da questo retaggio si formano le Cento Scuole filosofiche che declineranno il Tao a seconda del caso, nonché i due cuori pulsanti della Cina, il confucianesimo e il taoismo. Il taoismo nasce a posteriori dalle opere di Laozi, Zhuangzi e Liezi. Laozi ci lascia in eredità il carattere di Tao, che non ha riscontri nella scrittura oracolare primitiva, segno che all’epoca non era necessario specificarlo. Nel Daodejing il Tao è imperscrutabile ma agisce ovunque in diverse spoglie. Noi possiamo solo nominarne le forme, non l’origine. Il saggio segue le sue tracce senza sforzo, appellandosi alla conoscenza viscerale e all’intuizione. La spontaneità va coltivata perché fa essere gli esseri così come sono, la complessità del reale è già perfetta. Laozi tramanda la non-azione, «Agisci non agendo, servi non servendo, e gusta non gustando». La non-azione taoista lascia che le parti inconsce si esprimano autonomamente, il risultato non si ottiene perseguendo uno scopo ma svuotando la mente di ogni intenzione. Al sovrano si chiede lo stesso, il buon governo riduce al minimo l’azione ispirandosi al Tao del Cielo, mantenendo la gente nella saggezza della semplicità. La guerra è abiurata del tutto, «Il sovrano che adopera la Via per assistere gli altri non ricorre alle armi per far violenza al mondo». Si torna all’immediatezza indistinta della tribù, senza scadere nel primitivismo.

Il taoismo declina un sapere contadino, tipico della provincia e dei margini. Confucio, educatore umanista, si preoccupa invece della virtù morale e dell’uomo civico. Nei Dialoghi scritti dai suoi discepoli, lo studio costante e l’inserimento in una rete di rapporti nutrono la virtù del singolo e il buon governo. La pietà filiale, il culto degli antenati e la struttura famigliare garantiscono di rimando l’equilibrio del mondo. «Guidalo con la politica, e regolalo con il diritto penale; il popolo eviterà le cattive azioni, ma non avrà il senso del pudore. Guidalo con la virtù, e regolalo con i riti; il popolo avrà il senso del pudore, e si correggerà». Il Tao di Confucio è condotta morale, ben lontano dal Tao innominabile di Laozi. I principi etici dell’umanità, della giustizia, del sapere discriminante e dell’intelligenza si affermano con la presenza dei membri della società, dove ognuno è conscio del proprio ruolo sociale e richiama l’altro a essere altrettanto. La virtù del Cielo viene riflessa dalla virtù dell’imperatore che richiama la virtù dei suoi ministri e così via, in un costante rimando. La rettifica dei nomi è uno strumento di governo fondamentale per una mentalità che tende a identificare la realizzazione personale con il proprio ruolo, «la lettera è come il reale; il reale è come la lettera», ma nelle mani sbagliate rischia di creare una contraffazione che limita la spontaneità. Al pari del Buddha, Confucio non si occupa della morte o dell’aldilà. La tradizione va attinta adattandola al presente, una posizione che Xi Jinping condivide. Il cibo, la forza militare e la fiducia del popolo per i propri superiori sono condizioni confuciane indispensabili per la buona politica. Quest’ultimo è un elemento che decaderà a partire dalla contestazione comunista contro la figura del maestro, oggi rimpiazzato da telecamere a riconoscimento facciale.

Il pensiero di Xunzi, curato da Leonardo Vittorio Arena, apre al ramo filodestro del confucianesimo. «La bontà è artificiale», il rispetto per la ritualistica serve a educare la natura malvagia dell’uomo. Dice Xunzi, «per nascita l’uomo superiore non è diverso dagli altri; la sua abilità consiste nel sapersi servire delle cose», condotta pragmatica che verrà estremizzata dai suoi allievi legisti. I legisti attingeranno alla non-azione taoista per dotare il primo impero cinese di un apparato automatico di leggi. La legge è concepita come norme penali da applicare indistintamente a tutti, si persegue un sistema che non necessiti di interventi umani. L’epurazione censoria che il PCC è solito applicare a qualsiasi dissenso espresso in rete o manifestato in pubblico, travalicando la libertà personale o territoriale nel caso di Taiwan e Hong Kong, nasce dai legisti, coadiuvata dall’incisività del medium digitale. Una differenza è notevole: il legista scoraggiava lo studio, mentre la Cina oggi preferisce tornare al valore confuciano. Xi Jinping tuttavia distorce l’insegnamento originario attraverso l’app nazionale Xuexi Qiangguo, “Studiare per rendere forte la Cina”, sviluppata per fare propaganda politica. Gli spiriti taoista e confuciano sono travisati del tutto.

L’incontro con l’occidente durante i Ming aprirà la Cina al Cristianesimo, grazie all’opera di Matteo Ricci e alla mediazione con la filosofia neoconfuciana, cultura dei colti e delle elite, più adeguata a tradurre la gerarchia celeste e il messaggio evangelico. Invece del Cielo, Ricci si concentra sul Signore del Cielo per tradurre il dio cristiano, attingendo ai Cinque Imperatori e Tre Augusti. Proclamando che i cinesi avevano sempre adorato Dio senza saperlo, Ricci personifica il Cielo in epoca moderna. Un risvolto che non attecchirà nelle «Tre scuole una sola scuola», la miscela di buddhismo, taoismo e confucianesimo che il popolo predilige, dove non c’è creazionismo. Nè Dio nè legge, recita l’opera di Renata Pisu. I gesuiti riescono a guadagnarsi il rispetto della corte con le loro conoscenze astronomiche, ma non avranno particolare fortuna. Hanno una visione inficiata del Tao, da buoni monoteisti faticano a comprendere come un popolo possa autoregolarsi senza un Padre celeste. Nei testi che riporteranno in Europa traducono il Tao come Dio o Logos. Le conversioni in Cina restano scarse, l’etica cristiana suscita resistenza, le bolle vaticane condannano i riti confuciani e il culto degli antenati, ma la nozione di anima alimenta le tendenze individualistiche ed egualitarie già presenti sul luogo. Quando Mao dichiarerà l’ateismo sarà in realtà il primo passo di un ritorno alle origini taoiste, da Mao espressamente rivendicate e di cui Xi si fa promotore attivo per rievocare e controllare l’identità cinese. Nella politica attuale si accettano solo testi sacri che si conformano alla visione cinese. Le persecuzioni odierne cristiane e musulmane nei campi di concentramento cinesi sono un tragico rovesciamento.

Dopo la caduta dell’ultima dinastia Qing nel 1911 a causa della guerra civile, inizia il periodo dei Signori della Guerra, una frammentazione ricalcante il periodo degli Stati Combattenti. Come nel IV sec. a.C. i principati si facevano la guerra desiderosi di fondare la nuova dinastia, così ora la Cina riviveva il proprio destino di terra dilaniata che si fagocitava uroboricamente per diventare una repubblica. I ricorsi storici sono all’ordine del giorno in un paese che continua a fondarsi sull’imperatore, senza il quale ricade nell’anarchia militare. Nel suo reportage La Cina nel caos del 1922 il giornalista americano Albert Londres scrisse durante il suo soggiorno che

«Ci sono un imperatore, due presidenti della Repubblica, tre superdittatori e diciotto tiranni medi»

alla vigilia della Prima guerra Zhili-Fengtian tra generali locali e repubblica cinese. In questo frangente Yan Huiqing, presidente del Consiglio ad interim e ministro degli Affari Esteri, non batte ciglio a dire che «quanto accade in Cina assomiglia più a un fenomeno celeste che alla politica». La «Repubblica del Celeste Impero» cerca soluzioni ibride, sperimenta le nuove possibilità che possono aprirsi dai periodi cruenti, sempre restando che «per noi cinesi, il Destino conta di più» e «proprio come il mare cresce e si ritira, come la luna appare e scompare, sempre la pace è venuta dopo la guerra, e il castigo è seguito al crimine».

La Cina del PCC sorge gradualmente nel 1921, quando il partito cerca di riunificare le province cinesi e le zone rurali con la rappresentanza proletaria. La guerra civile attraversa il secolo e si concretizza negli scontri tra il Kuomintang e il PCC, con la vittoria finale di Mao nel 1949. In questo l’azione dittatoriale di Xi senza limiti di mandato si ricollega al lignaggio ereditato dal suo ruolo e ricalca la nascita del primo impero cinese, dotando di fatto la Cina di un nuovo imperatore. Ma come ha insegnato l’imperatore Qin Shi Huang, chi aspira all’immortalità finisce per ingoiare pillole di mercurio.

Il pensiero cinese di Marcel Granet

Opera capitale e innovatrice, sia per la sostanza sia per il metodo, "Il pensiero cinese" è il libro della piena maturità di Marcel Granet, dove vengono a confluire e ad amplificarsi i risultati delle sue geniali ricerche. Il lettore non vi troverà soltanto una storia del pensiero cinese, ordinata per date e autori: ben più ambizioso è il compito che Granet si è scelto.

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L'arte della guerra di Sun Tzu

Composta in Cina ben trecento anni prima della nascita di Cristo, l'Arte della guerra è uno dei più antichi trattati di strategia militare; il suo autore è noto col nome di Sun Tzu, ma si tratta in realtà di più filosofi che hanno rielaborato un testo frutto probabilmente di un'unica mano.

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Il libretto rosso di Mao Tse-Tung

L’ascesa della Cina come superpotenza mondiale è sotto gli occhi di tutti, con le peculiarità e le contraddizioni che comporta l’innesto di un modo di produzione capitalistico su un regime comunista. Alla radice di questa ascesa troviamo Mao Tse-tung, guida carismatica del partito comunista cinese, a lungo un punto di riferimento per il pensiero marxista-leninista.

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La Cina nel caos di Albert Londres

Nel 1922, dopo un soggiorno in Giappone, Albert Londres, il “principe del reportage” si reca in Cina. Siamo nel turbolento periodo dei Signori della Guerra, il Paese è politicamente allo sbando. “Ci sono un imperatore, due presidenti della Repubblica, tre superdittatori e diciotto tiranni medi”, una frammentazione di potere che, agendo unicamente in nome dell’interesse personale, sta svendendo la Cina alle potenze straniere.

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Alessandro Mazzi è filosofo e traduttore laureato all'Università di Urbino. Collabora con diverse testate, tra cui L'Indiscreto e Quaderni d'Altri Tempi. Sue poesie sono apparse tra gli altri su Anterem e Inverso.

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