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H.P. Lovecraft tra Hollywood e Taoismo

Di Francesco D'Isa • ottobre 23, 2020

A fine ottobre uscirà per Amazon Prime Lovecraft Country - La terra dei demoni e a dispetto del titolo la serie ha l’ingrediente che potrebbe salvarla dallo sfacelo: non è tratta da un libro di H.P. Lovecraft, ma da un romanzo di Matt Ruff. Nonostante i numerosi tentativi, infatti, la filmografia ispirata direttamente alle opere del celebre scrittore horror non vanta capolavori, ma solo una collezione di filmetti ben che vada guardabili. Ad avere più successo sono proprio i film che si allontanano maggiormente dall’opera dell’autore – i “liberamente tratti”, insomma – anche se in questo caso la lista è difficile da stilare, considerata la grande influenza immaginifica dello scrittore di Providence.

Non ho visto tutti i film di questa pur parziale lista, ma tra quelli che conosco l’unico che mi sembra meritare un posto nella storia del cinema è Il seme della follia di John Carpenter, che non è tratto da una delle storie di Lovecraft ma è una decantata rielaborazione delle impressioni che queste hanno lasciato sul regista. La lista dei capolavori si allunga se ci si allontana dal romanziere e si abbraccia il il genere del cosmic horror, che può includere film come La Cosa, Annihilation o persino Alien. L’ignoranza in materia mi lascia il margine di errori anche gravi, ma la statistica preserva la tesi: fare film a partire da Lovecraft è terribilmente difficile. È così difficile che è diventato un mistero quasi leggendario, degno di lunghi thread su Reddit o domandone su Quora – c’è chi si è spinto persino a fare un breve filmato in merito (che vi consiglio).

Veniamo dunque alle teorie. C’è chi sostiene che Lovecraft non abbia una fan base abbastanza nutrita per garantire il successo di film basati sulle sue storie, ma non mi sembra un motivo valido. Anzitutto il padre dell’orrore cosmico ha molti più fan di quel che pensiamo; non quanti Stephen King, ma non meno di Philip K. Dick, da cui sono stati tratti film cult come Blade Runner. Anche se fosse poco noto, inoltre, esistono numerosi capolavori tratti da romanzieri meno celebri – basta pensare ai film di Kubrick.

Altri sostengono che a fermare la produzione cinematografica sia il dichiarato, patologico e demenziale razzismo di Lovecraft. È questo un tratto innegabile della vita dello scrittore, che si ripercuote anche nella sua opera, sebbene in misura minore rispetto alle dichiarazioni e le corrispondenze private. Credo che questa idea sia figlia della cancel cultureanglosassone e delle sue difficoltà nel separare la morale dall’arte e l’arte dall’artista, ma non è per questo che la trovo poco convincente. È vero, ci sono dei passaggi in cui la descrizione dei mostri cosmici e degli immigrati negli USA quasi coincide, ma in una trasposizione cinematografica è facile eludere queste terribili cadute di stile; senza contare che questo spiegherebbe perché non si fanno film tratti da Lovecraft, non perché non siano un granché quando si fanno. Una critica analoga si può muovere anche alla teoria per cui l’assenza di plot romantici sia di impedimento alla ripresa cinematografica di Lovecraft – avete visto Il Signore degli Anelli?

Hollywood non si fa problemi ad appiccicare una storia d’amore dove crede necessario, sebbene sia probabile che anche senza il bacio tra Aragorn e Arwen il film avrebbe comunque fatto milioni di dollari. La tesi che reputo più valida è quella presentata da Screened nel breve filmato sopracitato: la difficoltà di rendere con un media visivo l’orrore cosmico al centro dell’opera di Lovecraft, che viene descritto come “l’inquietudine esistenziale dell’uomo al cospetto della vastità e i misteri dell’universo”. Secondo il saggista Mark Fisher, Lovecraft è il maestro del weird (un termine inglese di difficile traduzione, simile a “strano”, “sconcertante”), ma estenderei il suo dominio anche all’altra categoria fisheriana, l’eerie (più o meno “inquietante”), anzi, per traslare l’espressione in italiano direi che è il maestro dello “strano inquietante”. Screened propone una breve analisi linguistica di una descrizione tipicamente lovecraftiana per esemplificare la tecnica usata dall’autore per evocare questo strano inquietante.

Si parte da elementi noti (e ripugnanti) per scagliarli in un violento climax basato sull’impossibilità di descrivere appieno tale orrore. Lovecraft sviluppa degli stratagemmi narrativi efficaci, che ripropone di continuo per evocare nella mente di chi legge l’innominabile – da cui l’ovvia difficoltà di una trasposizione visuale. Il cinema può ricorrere a tecniche equivalenti, come ad esempio non raffigurare direttamente il mostro per descriverlo attraverso la reazione di chi lo percepisce, oppure affidarsi a creature che cambiano continuamente aspetto (La Cosa) o a forme astratte (Annihilation). Il compito però non richiede solo una grande maestria, ma anche una libertà espressiva che si coniuga male con un adattamento fedele.

Tornando alla tecnica narrativa di Lovecraft, vale la pena evidenziare il legame tra le sue descrizioni e quelle dei mistici, soprattutto i maestri della teologia negativa come Pseudo-Dionigi l'Areopagita, S. Agostino, Duns Scoto, Meister Eckhart o l’anonimo autore della Nube della non conoscenza – che già nel titolo sembra un racconto di Lovecraft. Si comprehendis non est Deus, «se lo comprendi non è Dio», diceva Agostino, «Prego Iddio che mi liberi di Dio», suggerisce Eckhart; non voglio sembrare blasfemo, ma queste frasi, private della gioia e insufflate d’orrore, potrebbero essere bisbigliate dai malcapitati alle prese con gli Altri Dei di Lovecraft. Nella sopracitata Nube della non conoscenza, una guida spirituale del XIV secolo di un anonimo inglese, si legge:

Il nostro intenso bisogno di comprendere sarà sempre un potente ostacolo in cui incespicheranno i nostri tentativi di raggiungere Dio con il semplice amore, e deve essere sempre superato, egli scrive. Poiché se tu non superi questo bisogno di comprendere, esso minerà la tua ricerca. Esso sostituirà l'oscurità che tu hai penetrato per raggiungere Dio con delle immagini chiare di qualcosa che, nonostante sia buono, nonostante sia bello, nonostante sia divino, non è Dio.

Tradotto in lovecraftiano: «Il nostro intenso bisogno di comprendere sarà sempre un potente ostacolo in cui incespicheranno i nostri tentativi di descrivere gli altri dei, e deve essere sempre superato. Poiché se tu non superi questo bisogno di comprendere, esso minerà la tua ricerca. Esso sostituirà l'oscurità che tu hai penetrato per raggiungere gli dei con delle immagini di qualcosa che, nonostante sia crudele, nonostante sia mostruoso, nonostante sia terrificante, non eguaglia l’orrore degli Dei».

Anche il viceversa funziona, come dimostra questa descrizione lovecraftiana di Yog-Sothoth, divinità immaginaria presente nel Ciclo di Cthulhu: «Era un Tutto-in-Uno e un Uno-in-Tutto di illimitato essere e sé — non solamente un essere di uno Spazio-Tempo, ma connesso all'essenza ultima ed animante dell'intera ed illimitata curva dell'esistenza – la curva finale e completa che non ha confini e che si estende allo stesso modo verso sognatori e matematici». Bonaventura da Bagnoregio non avrebbe descritto meglio il suo Dio.

L’idrofobo razzismo di Lovecraft e le sue deliranti divinità sono il negativo dell’amore per tutte le creature e il Samādhi dei buddha e dei santi – lo statunitense è una sorta di Illuminato Oscuro che ha scambiato il Paradiso per l’Inferno. Non è un caso se la descrizione del Dao calza benissimo sulle forme prive di forma degli Altri Dei.

Così scrive Lao-Tzu, padre del Taoismo:

Il Tao di cui si può parlare non è l'eterno Tao,

il nome che si può pronunciare non è l'eterno nome.

Senza nome è l'origine del cielo e della Terra.

Con un nome è la Madre delle innumerevoli creature.

Eternamente privo di desideri puoi coglierne il mistero.

Eternamente desiderando puoi coglierne le manifestazioni.

Questi due nomi indicano la stessa cosa:

è l'oscuro,

oscurità nell'oscurità,

la porta di tutti i misteri.

Dao o Nyarlathotep?

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Terrore insondabile e soprannaturale, inquietanti e apocalittiche visioni: tutto l’immaginario di follia e orrore di Howard P. Lovecraft è raccolto in queste pagine densissime. Interi universi prendono forma dalla sua sapiente penna, governati da leggi fisiche ignote, popolati da creature inimmaginabili e da terrificanti minacce.

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Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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