Omenana. Racconti fantastici dal continente africano
Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo un estratto da un racconto presente nell'antologia Omenana. Racconti fantastici dal continente africano (NERO Edizioni)
Omenana raccoglie il meglio dei racconti tratti dall’omonima rivista di racconti, diventata un punto di riferimento per gli appassionati di narrativa speculativa proveniente tanto dall’Africa quanto dalla diaspora. Il volume è l’occasione per scoprire una versione inedita per molti lettori della narrativa breve africana, con le voci di autori provenienti da luoghi come il Kenya, la Nigeria, il Sudafrica, il Gabon e lo Zimbabwe; in un viaggio tra futuri alternativi e mondi paralleli che attraversa science fiction e realismo magico, supernatural horror e leggende urbane, mitologie antiche e afro-futurismi prossimi venturi [dal C.S.]
Omenana: Racconti fantastici dal continente africano
Nata nel 2014 come rivista dedicata alla fantascienza di origine perlopiù nigeriana, Omenana si è presto trasformata in una piattaforma di riferimento per gli appassionati di narrativa speculativa proveniente tanto dall’Africa quanto dalla diaspora africana.
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GUARDAMI ADESSO
di Sarah Norman
Dopo un po’ cominciò a darle problemi al lavoro. I suoi colleghi pensavano che si stesse impigrendo: arrivava tardi o scompariva per ore nel bel mezzo della giornata. Comprò un foulard e un cappotto lungo e in ufficio prese a camminare con la faccia rivolta al muro. Un giorno Gareth del settore acquisti andò a sbattere contro di lei. Le cadde la borsa, lui si chinò a raccoglierla e poi la guardò dritto in faccia. Ovviamente non c’era niente lì. Il foulard era vuoto. Ma lui non batté ciglio, le riconsegnò la borsa e proseguì per il corridoio. Tendi si stava abituando a quella reazione. Siccome era impossibile che non avesse un volto, il cervello della gente ne inventava uno. Coi bambini però era diverso. Possibile o impossibile, vedevano quel che c’era davvero, e sull’autobus Tendi ci prese gusto a impaurire i bambini piagnucolosi, che ammutolivano appena alzava un attimo il foulard. La prima grande perdita di visibilità era arrivata proprio con l’inizio delle rivolte a casa. Sua madre le aveva confessato per telefono di aver mentito, che in realtà non aveva abbastanza da mangiare. Prima non aveva voluto chiederle niente, perché sapeva quanto fosse difficile la vita a Londra per chi non ha i documenti, ma adesso era davvero affamata: Tendi poteva comprarle qualcosa su internet? Mentre ordinava il mais e la carne, le sue dita sulla tastiera a poco a poco scomparvero. All’inizio pensò che gli occhi o la mente le stessero giocando un brutto scherzo. Si allontanò in fretta dagli specchi del suo appartamento, scese al negozio all’angolo e lì, al Pick’n’Go, capì che nessuno la vedeva. Mentre disponeva le Pringles sugli scaffali, Mrs. Patel si infilò le dita nel naso proprio davanti a lei. Tendi pensò di chiamare l’ambulanza, ma sapeva che insieme all’ambulanza sarebbe arrivata anche la polizia. Rincasò e, da brava studentessa, malgrado fallimenti e delusioni, pensò ai libri. Trovò Uomo invisibile di Ralph Ellison su internet: vedendo la copertina si entusiasmò, poi lo lesse e scoprì che era solo la strana storia di un ragazzo che viveva in un seminterrato e non perdeva mai veramente la visibilità.
Ci mise un po’, ma alla fine le vennero in mente i film. Era cresciuta in una fattoria e non conosceva granché i supereroi: sapeva che avevano dei poteri speciali e pensava che fossero in qualche modo legati al fatto che indossavano le mutande. Scese al Blockbuster, chiedendosi come noleggiare un film da invisibile, ma una volta lì si accorse che non c’era alcun bisogno, ovviamente, di noleggiarlo. Nessuno l’avrebbe vista prendere quello che voleva. Si procurò qualche film e, siccome erano i suoi primi giorni di invisibilità, poi li restituì.
Guardò Spiderman e Superman e Ironman, Hulk e Transformers e Indiana Jones. Di notte si alzò per andare in bagno e si accorse di essere tornata visibile. Vedeva le sue cosce e non solo l’urina che cadeva nell’acqua. Sussultò, allungò le mani per toccarsi le gambe, e subito scomparve di nuovo. Pensò che Hulk diventava grande e verde quando si arrabbiava, e si chiese se fosse l’angoscia a renderla trasparente. Restò in pigiama davanti allo specchio, respirò profondamente dicendosi assurdità confortanti. A poco a poco il contorno della sua testa riapparve, poi le braccia. Era così entusiasta che scomparve di nuovo.
Passò ore su internet per imparare a controllare le emozioni. Provò coi mantra, il canto delle balene, il rumore bianco e varie tecniche di respirazione. Trovò il suo posto speciale, un punto assolato fuori della casa di suo nonno alla fattoria, e prese a tornarci spesso con la mente. Anche lo yoga sembrava aiutare: quando guardava il DVD delle lezioni era quasi sempre visibile. Scoprì che anche tutto ciò che toccava a mani nude diventava invisibile, ma non se c’era della stoffa di mezzo. Stava molto attenta a non dimenticare niente in tasca, dopo un episodio imbarazzante in cui aveva terrorizzato
un intero vagone della metro con le chiavi di casa. Col tempo il foulard le servì sempre meno, ma non arrivò mai a controllare del tutto quella che aveva preso a considerare come una condizione ottica. C’erano sempre contrattempi imbarazzanti, come quando scompariva e ricompariva nel ritorno di fiamma di un’auto o davanti a una porta che sbatteva. Anche Gareth del settore acquisti era un problema. Aveva un sorriso molto dolce e, a volte, quando si fermava alla sua scrivania per parlare di provvigioni, il cuore accelerava i battiti e lei compariva e spariva ritmicamente. Anche le notizie da casa sembravano avere un effetto particolare, spesso la facevano sparire per ore. Non è così facile immaginare di tornare nel tuo posto speciale quando sai che è stato raso al suolo e tuo nonno ora vive in una baraccopoli in città. Provò con vari mantra. «Quella non è più casa tua» spesso si dimostrava utile, ma niente funzionava a colpo sicuro.
*
Col tempo si accorse che così come poteva restare calma, poteva restare turbata. Cioè poteva diventare invisibile a suo piacimento. Il fatto che non avesse cominciato a rubare fin da subito era una riprova della sua istruzione dai missionari. Londra, tuttavia, è una città famelica che divora anche i più forti. Così finì per rubacchiare qua e là. All’inizio solo gomme da masticare e bibite gassate. Sono comunque clandestina, pensava. Ogni mio respiro è aria rubata agli inglesi. Perciò cominciò a rubare qualcosa di più che l’aria. L’aveva sempre fatta soffrire, uscendo dall’ufficio la sera, vedere gli amici al bar, le famiglie al ristorante, il turbinio di persone felici a casa. I ricchi inglesi che lasciavano le strade fredde per entrare nei teatri, le porte dorate che si aprivano sui marciapiedi grigi. Ora anche lei entrava in quelle porte, come gli inglesi aspettava che si abbassassero le luci, e si sedeva. Dopo un po’ si accorse che tanto valeva sedersi sul palco. Una volta, durante Mamma Mia, lo spettacolo le piacque così tanto che l’angoscia si attenuò e la sua sagoma cominciò a riapparire in mezzo al proscenio. Il direttore d’orchestra – che era concentrato sulla musica – la vide, e la bacchetta gli cadde sui cimbali con un gran frastuono. Questo la fece sparire abbastanza in fretta.
Rubava un sacco di vestiti. Leggeva le notizie da casa per una ventina di minuti o giù di lì, quel che bastava per angosciarsi, e poi andava per negozi. All’inizio solo H&M, dopo un po’ anche Selfridges, Harrods, Rigby & Peller. Se le notizie da casa erano abbastanza brutte, poteva continuare per pomeriggi interi. A volte faceva scattare l’allarme quando usciva con le braccia ricolme di vestiti, ma il personale dava sempre per scontato che fosse un guasto. Se l’allarme scattava quando non era nelle vicinanze, Tendi correva a braccia aperte il più veloce possibile, nella speranza di sentire, un giorno, il corpo caldo di un altro essere invisibile. Prese le ferie per andare un paio di giorni all’ufficio passaporti di Sua Maestà. Non era difficile restare invisibile perché si infuriava ogni volta. Gli impiegati si comportavano come se il loro dovere fosse solo una noiosa routine e non qualcosa che può cambiare la vita delle persone. Pedinò un tipo di nome Derek e scoprì le sue password, e una notte, quando l’ufficio era vuoto, si sedette alla sua scrivania e si introdusse nel grande database che separa gli ammessi dai non ammessi. Stampò un permesso di soggiorno permanente e lo incollò con cura sul passaporto. Restò per un po’ a guardare la lampada di Derek, incantata dall’ologramma. Poi prese tutte le foto di famiglia e i ninnoli degli impiegati dalle loro scrivanie e li gettò nel cassonetto fuori. Era stata arrabbiata troppo a lungo. Almeno adesso non era più clandestina.
Pensò di nuovo di chiedere aiuto alle autorità. Si disse che i film l’avevano terrorizzata sull’eventualità della sperimentazione medica, ma in realtà si stava godendo quello che
aveva cominciato a considerare un potere. Spesso andava alla scrivania di Gareth per ascoltarlo parlare al telefono o leggere le sue email o semplicemente annusare il suo dopobarba. La faccenda finì bruscamente quando lo sentì confessare alla sorella di avere una cotta per una collega. Tornò alla scrivania quasi in lacrime. Si sedette e calciò le sue Jimmy Choo (ottime imitazioni, aveva detto alle ragazze in ufficio. Grazie ai miei contatti in Africa. Che ne sapevano loro). Andò in bagno, si fece una bella ramanzina e tornò visibile. Poi andò in mensa. Solo allora, osservando i colleghi che scaldavano i loro tristi avanzi, si accorse che la donna per cui Gareth aveva una cotta era quasi certamente lei. Passò in rassegna tutte le altre impiegate: troppo vecchie o troppo sposate. Dovette mordersi il labbro per evitare di ridere. Era come se restando nell’ombra della semi-clandestinità così a lungo avesse dimenticato di poter essere notata.
Poi cominciò davvero a seguire Gareth piuttosto spesso per scoprire di nascosto cosa gli piaceva e diventarlo. Al primo appuntamento in un ristorante italiano economico di Soho, tuttavia, scoprì di poter tralasciare tutti i discorsi preparati sulla musica e su Manchester. Fu strano, dopo tanto tempo passato a spacciarsi per inglese, che qualcuno le chiedesse dell’Africa come se fosse importante. Ci fu un momento d’imbarazzo, quando lui pensò che suo nonno fosse il proprietario della fattoria dov’era cresciuta e lei dovette precisare che era un semplice lavoratore. Ma un lavoratore ama la sua casa quanto il padrone, cercò di spiegare. Era pur sempre una ragazza cresciuta in una missione, quindi non andò a letto con lui per qualche tempo, e quando lo fece insistette che le luci fossero spente. Lui pensò che fosse insicura del suo corpo, il che naturalmente era vero.
Da Starbucks pagava ancora perché non riusciva a capire come rubare e proprio mentre aspettava di ordinare le venne l’idea dell’assassinio. La accantonò subito come un piano palesemente ridicolo. Ma quella continuava a ripresentarsi, come un gatto a cui non avrebbe dovuto dare da mangiare la prima volta. Scoprì che non riusciva più ad arrabbiarsi per le notizie di casa senza che le balenasse l’ombra oscura della soluzione. Cominciò a sentirsi in colpa. Come quando, a casa, aveva trovato un ragazzo di strada morto. Indossava una maglietta giallo limone e si aggirava nella zona dove lei lavorava, perciò lo conosceva di vista. Una mattina, quando l’aveva notato sul marciapiede rannicchiato in posizione fetale, aveva pensato che stesse dormendo. Ma quando l’aveva rivisto la sera, accoccolato allo stesso modo, aveva capito che era morto. Aveva continuato a camminare. La mattina dopo era sparito. A quel punto il paese era ormai in crisi profonda, ben oltre la capacità di intervento della polizia, e così Tendi si era chiesta che fine avesse fatto il corpo. Le passò per la mente l’immagine orribile di altri ragazzi di strada che lo portavano da qualche parte per un funerale celebrato da bambini. Sapeva che c’era un ragazzino più piccolo con la maglietta rosa e uno più grande con i pantaloncini neri che spesso giravano con maglietta gialla, ma non chiese loro cosa fosse successo perché non voleva conoscere la risposta. Tutte le volte che aveva rifiutato di dare dei soldi a maglietta gialla («un dollaro, mamma, per favore») erano riaffiorate alla sua mente per mesi. Avevano smesso solo quando si era trasferita nel Regno Unito. Il senso di colpa di adesso era come quello di allora. Qualcosa che avrebbe dovuto fare, che dovrebbe fare.
Da un lato si chiedeva se fosse una soluzione desiderabile. Un assassinio avrebbe migliorato le cose? Dall’altro c’era una questione di fattibilità. La sua invisibilità l’avrebbe aiutata? Aveva buoni motivi per pensare di sì. Un pomeriggio, dopo un picnic alcolico con Gareth a St. James Park, decise di andare a trovare la regina. Fu facile, si limitò a seguire un camion oltre i cancelli del palazzo. Vagò a lungo, sentendosi un po’ delusa dai bagni moderni e dalle solite apparecchiature da ufficio. Poi entrò in un caldo salotto ed eccola! Indossava una camicia da notte e sopra una vestaglia. Sembrava proprio una nonnina. I corgi corsero incontro a Tendi abbaiando con l’inutile entusiasmo di tutti i cagnolini. Sapeva come comportarsi: restò immobile finché persero interesse. Poi Tendi si sedette con grande attenzione sul divano, accanto alla regina, e guardò un po’ la televisione insieme a lei. Pensò che non si era mai sentita così accolta in Inghilterra, malgrado alla vecchia signora piacesse fare zapping. Il salotto era proprio come aveva immaginato l’Europa prima di arrivarci, tutto caldo e dorato e sicuro, con i bambini nei loro letti con le coperte rimboccate, che in strada stavano solo per giocare con le biciclette fino all’ora di cena. E se morivano, dopo aver ricevuto molte cure mediche gratuite, venivano sepolti con i loro soffici coniglietti di peluche da genitori in lacrime, dentro a cimiteri verdeggianti, accanto alle loro care nonnine.
*
Perciò Tendi restò sveglia la notte, cercando di trovare buone ragioni per accantonare quell’idea ridicola. Non c’è molto di più doloroso di un’indecisione prolungata. Continuava a tornarle in mente la battuta di uno dei film di Blockbuster, Spiderman:
«Da grandi poteri derivano grandi responsabilità.» Il film non le era nemmeno piaciuto, ma la battuta l’aveva turbata.
[...]
Omenana: Racconti fantastici dal continente africano
Nata nel 2014 come rivista dedicata alla fantascienza di origine perlopiù nigeriana, Omenana si è presto trasformata in una piattaforma di riferimento per gli appassionati di narrativa speculativa proveniente tanto dall’Africa quanto dalla diaspora africana. In questa raccolta, i curatori hanno selezionato sedici tra i migliori racconti apparsi sulla rivista negli ultimi anni: storie di creature mitiche, vendicatori bionici, terre desertificate, città sotterranee, improvvisi superpoteri e maledizioni, in una tensione continua e rivitalizzante tra lontananze, assenze e ritorni.
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