Pensare è un atto di cura. La trilogia di Yalom
Irvin David Yalom, nato a Washington D.C. nel 1931 da genitori ebrei immigrati dalla Russia, è una delle figure più originali della psicoterapia contemporanea.
La sua vicenda biografica e intellettuale attraversa un intero secolo di ricerca psicologica e filosofica, dalle origini psicoanalitiche fino alla psicologia umanistica e alla narrativa terapeutica.
Dopo la laurea in medicina a Boston nel 1956 e la specializzazione in psichiatria alla Johns Hopkins, Yalom inizia un percorso accademico di grande rilievo: nel 1962 entra come docente di psichiatria a Stanford, in California, dove rimarrà per oltre trent’anni, fino a diventare professore emerito.
Quando Yalom arriva in California nei primi anni Sessanta, il clima intellettuale è molto fertile riguardo alle nuove frontiere della ricerca psicoterapeutica: psicologia umanistica, psicoterapia di gruppo, psicologia esperienziale, psicologia esistenziale.
La terapia di gruppo, negli Stati Uniti, stava guadagnando prestigio come strumento non solo per disturbi psichici gravi ma anche come stimolo allo sviluppo personale.
È l’epoca dell’Human Potential Movement, dei centri Esalen, dei gruppi di incontro.
A Palo Alto, Yalom entra in contatto con figure come Rollo May, Carl Rogers, Abraham Maslow e James Bugental, psicoterapeuti esistenzialisti e umanisti che diventano per lui figure di riferimento.
In particolare, Yalom stesso racconta che, come terapeuta giovane, si confrontò con Rollo May, uno dei pionieri dell’esistenzialismo americano, specialmente nel combinare psicologia clinica e filosofia esistenziale, riguardo la sua forte “ansia di morte”.
Yalom cresce professionalmente in un ambiente in cui l’esistenzialismo psicologico non è un’astrazione, ma una pratica viva: gruppi, esperienze personali, narrazioni, connettività tra psicoterapeuti che cercano di uscire dal modellato strettamente clinico-biomedico.
Yalom intuisce le enormi potenzialità ma anche i limiti della terapia di gruppo, ovvero il rischio che il confronto terapeutico si diluisca nel collettivo, se il lavoro non è ben strutturato.
Ne diverrà, probabilmente, proprio per questo, il fautore più consapevole e riconosciuto.
L’esistenzialismo, mediato da May e da filosofi come Kierkegaard, Sartre e Heidegger, diventa per Yalom non una speculazione astratta, ma un linguaggio clinico, un modo per parlare ai pazienti dei nodi più universali dell’esistenza: la morte, la libertà, l’isolamento e la ricerca di significato.
A differenza di molti colleghi, Yalom rifiuta la posizione del terapeuta neutrale e “scientifico”: considera la terapia un incontro umano, dove l’autenticità e la reciprocità contano più delle tecniche. Questo atteggiamento segnerà anche la sua scrittura narrativa, in cui il rapporto fra terapeuta e paziente diventa metafora della relazione fra individuo e mondo.
Significativa in questo senso la collaborazione con Ginny Elkin (pseudonimo di una paziente) in Terapia allo specchio (del 1974, tradotto da Neri Pozza nel 2020): i due tengono diari separati delle sedute, riflettendo ciascuno da “dentro” la terapia. È un esempio concreto del metodo di Yalom che cerca di rendere trasparente anche la prospettiva del paziente, smarcandosi dal modello del “terapeuta onnisciente”.
Yalom si distingue come autore di riferimento per la terapia di gruppo, grazie al fondamentale Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo (con Molyn Leszcz) (1970, tradotto da Bollati Boringhieri nel 2009), un testo divenuto un moderno classico sul tema, in cui compare una delle sue frasi-manifesto: “L'accettazione da parte degli altri e l'accettazione di sé sono interdipendenti.”.
Sicuramente, la sua popolarità internazionale, e anche il suo interesse letterario, nascono grazie ad una forma originale di divulgazione e riflessione: il romanzo filosofico-terapeutico.
Celebre è la sua “trilogia dei filosofi”: Le lacrime di Nietzsche (1992), La cura Schopenhauer (2005) e Il problema Spinoza (2012), tutti tradotti in Italia da Neri Pozza (del primo esiste anche una prima edizione Rizzoli con titolo diverso, più fedele all’originale, E Nietzsche pianse).
Il valore dei tre libri non è solo nell’approccio originale (ovvero il racconto delle vite dei filosofi attraverso la lente psicanalitica), ma anche nell’abilità di Yalom di declinare il racconto delle loro vicende con uno stile, un’ambientazione e uno spunto diverso a seconda di ciascun pensatore oggetto del suo approfondimento.
Nel primo romanzo, Yalom immagina un incontro immaginario tra Friedrich Nietzsche e Josef Breuer, il medico viennese che precedette Freud nella ricerca dei labirinti dell’animo. Siamo nella Vienna del 1882: Lou von Salomé, donna dal fascino leggendario e dalla profonda intelligenza (ne sapranno qualcosa anche Freud e Rilke) a sua volta affascinata dall’enigma nietzscheano, chiede a Breuer di soccorrere il filosofo, oppresso da tormenti interiori e dolori del corpo (di cui ella è suo malgrado causa).
Da questo espediente nasce un confronto vertiginoso e paradossale: Breuer tenta di guarire Nietzsche, e scopre, sorprendentemente, di dover curare sé stesso.
L’“eterno ritorno”, concepito come simbolo cosmico e sfida della volontà, diviene qui strumento terapeutico: accogliere l’esistenza nella sua totalità, senza sottrarsi né fuggire, si rivela cammino verso l’autenticità e la misura dell’essere. Il romanzo si fa così laboratorio della psicoanalisi nascente: Breuer pratica una forma rudimentale di “cura della parola”, anticipando Freud, e insieme (è il caso di dirlo, incosciamente) esplora l’intreccio tra pensiero e guarigione.
Il miglior modo per riconoscere, da parte di Yalom, il debito, evidente, che le intuizioni freudiane e la psicanalisi tutta devono al tormentato genio tedesco.
Con La cura Schopenhauer, Yalom lascia alle spalle le sale illuminate e fumose della Vienna ottocentesca per entrare in un presente che odora di ospedali, corridoi e agonie quotidiane. Julius Hertzfeld, psichiatra stimato, scopre improvvisamente di essere malato terminale, e questa rivelazione lo costringe a guardare la propria vita con spietata sincerità.
Si rivolge allora a Philip Slate, un ex paziente apparentemente guarito seguendo, appunto”, la “cura Schopenhauer”: affrontare la vita col distacco della noluntas, per sfuggire alla volontà cieca, al dolore inevitabile, alla noia come altra oscillazione del pendolo della nostra vita. Tra i due nasce un confronto che non si limita alla filosofia astratta, ma affronta scelte esistenziali cruciali in un confronto definitivo: Julius, che crede nel calore della relazione e nel possibile mutamento dell’animo; Philip, che si è rifugiato nella ragione gelida e nel distacco dal mondo.
Intorno a loro Yalom costruisce un microcosmo umano, un gruppo terapeutico dove conflitti, paure e speranze si mescolano in un difficile, talvolta imbarazzante, rituale collettivo di sopravvivenza. La filosofia di Schopenhauer non è solo fonte di mere citazioni, ma diventa punto di osservazione per interrogare il senso dell’esistenza: molto accurata è la ricostruzione del pensiero del filosofo, evidentemente meditato a lungo da Yalom.
Ai capitoli dedicati alla vita di Julius e dei suoi pazienti si alternano sezioni in cui vengono esplorati la vita, il pensiero e le opere del filosofo.
La diagnosi di Julius non è artificio letterario: è una leva per scavare, per sondare ciò che davvero conta in un’esistenza sull’orlo della fine.
Chi sa di avere i giorni contati vede il mondo con chiarezza inattesa; chi accetta la propria finitudine comincia a vivere con maggiore densità.
Questo è il senso più nobile dell’Esistenzialismo novecentesco.
Come detto, i romanzi rispecchiano la differenza fra i temperamenti dei filosofi: tragico e impetuoso il primo, distaccato e quasi stoico il secondo.
Rispetto al romanzo su Nietzsche, 'La cura Schopenhauer' è più raccolto, meditativo: i personaggi non cercano la verità assoluta, ma equilibrio, riconciliazione, presenza.
La terapia diventa filosofia vissuta, la filosofia diventa terapia collettiva: l’esperienza di Yalom si mostra non solo nella ricostruzione della terapia di gruppo, ma anche nel saper inchiodare le contraddizioni della filosofia quando rimane mera astrazione.
Nel romanzo, la saggezza di Schopenhauer, se non immersa nella compassione, conduce a un cinico e glaciale cinismo.
Al contrario, la conclusione filosofica che emerge al termine del percorso è antitetica: “Se mai qualcosa merita di essere onorato e benedetto, dovrebbe semplicemente essere questo, il dono inestimabile della pura e semplice esistenza.”.
Il libro, significativamente, è ispirato, come ripreso nella narrazione, a uno dei pazienti più difficili della carriera di Yalom.
Arriviamo al terzo romanzo, forse il più ardito nella struttura: ne Il problema Spinoza, Yalom racconta la vita del filosofo olandese intrecciandola con quella di Alfred Rosenberg, ideologo nazista ossessionato dal pensatore ebreo. Vertiginoso l’alternarsi dei piani: l’Amsterdam del XVII secolo, dove Spinoza viene maledetto dal tribunale rabbinico per le sue idee, e la Germania del Novecento, dove Rosenberg cerca di “purificare” la cultura europea dalle sue radici ebraiche.
In un piano narrativo Spinoza è condannato dalla comunità ebraica e diventa icona tormentata di libertà di pensiero, nell’altro è idealizzato da uno dei più grandi antisemiti della storia, concreto fautore della più spietata oppressione. Il romanzo esplora così il contrasto tra ragione e fanatismo, libertà e ideologia. Spinoza incarna la razionalità etica, la fede nella conoscenza come via verso la libertà; Rosenberg rappresenta il pensiero deformato, la ricerca del potere e dell’odio travestita da sapienza esoterica.
Eppure, nel suo odio accecante per la razza ebraica, Rosenberg non può che riconoscere la superiorità del genio di Spinoza.
La lettura dei brani di Goethe, sommo genio tedesco idolatrato da Rosenberg, che celebrano Spinoza alimenta un'ossessione lancinante: come può un uomo di "razza inferiore" essere fonte di ispirazione per lui, supremo spirito “ariano”?
In questa ossessione c’è un abisso di straordinario fascino speculativo. Yalom mostra come le idee più alte e sublimi possano essere travisate e rese strumenti di distruzione.
Ma ciò che resta è l’inesorabile rigore intellettuale del filosofo che diviene modello morale della ricerca della verità più profonda: “Quando non si parla della cosa fondamentale, non si può dire nulla che abbia importanza”.
Rispetto agli altri due romanzi, Il problema Spinoza è più freddo e cerebrale, ma anche più ambizioso. Meno psicologico, più storico, segna il punto di maturità del progetto di Yalom: usare la narrativa per indagare le radici morali dell’esistenza, e per mostrare che la filosofia non è un passatempo accademico, ma la più urgente forma di resistenza umana al Potere.
Con questi tre romanzi, Yalom costruisce una vera e propria “trilogia della cura filosofica”. Nietzsche, Schopenhauer e Spinoza non sono solo protagonisti, ma incarnazioni delle tre dimensioni della vita umana: la volontà di potenza e il rischio della disperazione (Nietzsche), il dolore e la ricerca della pace interiore (Schopenhauer), la razionalità e la libertà etica (Spinoza). In ognuno di loro Yalom trova uno specchio dell’animo umano e un possibile interlocutore per la terapia esistenziale. Pur nella diversità di stili, il filo conduttore è sempre lo stesso: la sofferenza come occasione di consapevolezza. Yalom non nega il dolore, lo attraversa.
La cura, per lui, non consiste nel cancellare l’angoscia, ma nel condividerla.
Al di fuori della trilogia, Yalom ha scritto anche Guarire d’amore (1989, riedito da Raffaele Cortina nel 2015), Il dono della terapia (2001, tradotto da Neri Pozza nel 2014), e il romanzo Sul lettino di Freud (1996, anch’esso tradotto da Neri Pozza nel 2015), in cui racconta le vicende di tre psicoterapeuti, raccontando in maniera spietata non solo i trionfi, ma anche gli scandali e le gravi responsabilità etiche della professione.
Questo romanzo si discosta però dall’approccio della trilogia dei filosofi, la figura di Freud è evocata furbescamente nel titolo italiano (il titolo originale è semplicemente Lying on the Couch, “sdraiandosi sul lettino”), ma non è affrontata in maniera biografica, non è minimamente protagonista del libro: il tema è il senso stesso della pratica psicanalitica ed è, comunque, certamente interessante per mostrare la matura visione “relazionista” della disciplina e come essa sia stata sviluppata dall’autore.
Nel confronto con altri grandi della psicologia umanistica, come ad esempio Carl Gustav Jung e Viktor Frankl, emerge la specificità dell’approccio di Yalom. Jung vede la guarigione come integrazione simbolica dell’inconscio; Frankl come scoperta del senso attraverso la trascendenza.
Ci sono sicuramente dei concetti affini ad entrambi: ne Il dono della terapia, Yalom riecheggia un certo approccio junghiano: “I terapeuti devono avere familiarità con il proprio lato oscuro ed essere capaci di immedesimarsi con qualunque desiderio e impulso umano.”: questa riflessione invece presente ne Il senso della vita sembra in dialogo con lo sguardo di Frankl (pur non trovando risposte nella “trascendenza”): “Per evitare il nichilismo, spiegavo che dovevamo farci carico di un compito duplice. In primo luogo inventarci un progetto che dia significato alla vita per sostenere la vita stessa. In seguito fare in modo di dimenticare quest’atto di invenzione e convincerci che non abbiamo inventato, bensì scoperto il progetto che dà significato alla vita, ovvero che esso ha un’esistenza indipendente “là fuori”.”.
Appunto, a differenza di Jung e Frankl, Yalom rifiuta ogni dimensione spirituale e preferisce restare nel terreno dell’immanenza: la libertà non è dono divino né destino cosmico, ma responsabilità quotidiana. Non promette salvezza, ma autenticità. Dove Jung evoca archetipi e Frankl trova un senso all’esistenza nella logoterapia, Yalom insiste sull'importanza della relazione con l’altro: la cura è l’incontro fra due coscienze finite, capaci di riconoscersi nella vulnerabilità.
In questo senso, la sua psicoterapia esistenziale non è solo una tecnica clinica, ma una laica e consapevole etica della presenza: "La terapia non dovrebbe essere guidata dalla teoria, ma dalla relazione”, sancisce in maniera cristallina ne Il dono della terapia.
Al di là della innegabile gradevolezza della sua lettura (in grado di unire divulgazione a una riflessione senza dubbio originale), il grande pregio di Yalom consiste, forse, nell’aver trasformato la filosofia in un linguaggio accessibile e la psicologia in una vera forma di umanesimo.
Coerente con la sua visione esistenzialista, ne Il senso della vita Yalom afferma: “Siamo creature in ricerca perenne di significati, che devono venire a patti con il fatto di essere scagliate in un universo che, intrinsecamente, è privo di significato.”.
In un’epoca segnata dall’isolamento narcisistico e dalla frammentazione del senso, Yalom ci ricorda che pensare è già un atto di cura e che ogni incontro autentico rappresenta, in fondo, una piccola vittoria sul nulla che incombe come un abisso in ogni momento dell’esistenza.
Le lacrime di Nietzsche
È un giorno di ottobre del 1882 e Josef Breuer, quarantenne geniale psichiatra, medico personale a Vienna di artisti e filosofi come Brahms, Brücke e Brentano, è al Caffè Sorrento in compagnia di una giovane donna che non conosce, ma che ha avuto limpudenza di convocarlo nel rinomato caffè veneziano per una «questione di estrema urgenza» in cui ne andrebbe addirittura del «futuro della filosofia tedesca».
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La cura Schopenhauer
Julius Hertzfeld si è guardato allo specchio stamattina. Attorno alla bocca poche rughe. Occhi forti e sinceri che possono reggere lo sguardo di chiunque. Labbra piene e cordiali. La testa coperta di riccioli neri e ribelli che si stanno appena ingrigendo sulle basette. Il corpo senza unoncia di grasso. Insomma, lo specchio gli ha detto che è ancora lui: Julius Hertzfeld, brillante professore di psichiatria presso luniversità della California, terapeuta dal caldo sorriso e dalla solida reputazione, uomo prestante che non ha affatto laria del sessantacinquenne cui è stato appena comunicato, con fredda e brutale sincerità, che ha poco più di un anno di vita.
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Il problema Spinoza
Estonia, 1910. Il diciassettenne Alfred Rosenberg viene convocato nell'ufficio del preside Epstein. Gli occhi grigio-azzurri, il mento sollevato con un'aria di sfida, i pugni serrati, il ragazzo adduce ben poco per difendersi dall'accusa di aver proferito violenti commenti antisemiti in classe. All'ebreo Epstein non resta perciò che condannarlo a una singolare punizione: imparare a memoria alcuni passi dell'autobiografia di Goethe, il poeta che l'adolescente dichiara di venerare come emblema stesso del popolo tedesco. In particolare si tratta dei brani in cui l'autore del Faust si dichiara fervente ammiratore di Baruch Spinoza, il grande filosofo ebreo del diciassettesimo secolo.
Visualizza eBookAdriano Ercolani si occupa da oltre vent’anni dei rapporti tra cultura occidentale e orientale. È tra i fondatori deI movimento internazionale Inner Peace, collabora al progetto filosofico Tlon e pubblica regolarmente interventi e approfondimenti su numerose testate.