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Dalla Brianza alla Silicon Valley. Conversazione con Michele Masneri

Di Federico di Vita • agosto 24, 2020

Aspettavo da tempo l’uscita di Steve Jobs non abita più qui di Michele Masneri e ancora più tempo ho dovuto attendere a causa del Covid, che ha finito per farlo slittare nel cuore dell’estate. E così questo libro che sembra giungerci dall’alba di qualche concettuale spiaggia californiana ha finito per diventare il must read dell’agosto italiano. Almeno per i miei contatti su Facebook, che però sono selezionati benissimo, vabbè (cit.).

Aspettavo questo libro perché sono un appassionato lettore dei reportage di Masneri da diversi anni, e ricordavo molto bene la serie di articoli che scrisse per il Foglio proprio da San Francisco qualche anno fa, serie che poi ha finito per essere la base attorno a cui coagulare quanto raccolto in questo volume. Masneri è il più bravo autore di reportage che abbiamo in Italia – un genere di cui sono appassionato da sempre ma che essendo caro da finanziare (bisogna inviare qualcuno da qualche parte per raccontare qualcosa) sta diventando sempre più raro – e il suo sguardo sa essere profondo, divertente, acutissimo e distaccato, perfetto quindi per raccontare quella che è la frontiera cangiante pronta a modellare virtualmente la forma del mondo in cui viviamo.

Masneri di San Francisco ha colto lo spirito di “parco a tema dei diritti”, in cui è impossibile scherzare su Trump e dove in fondo anche l’ironia è, certe volte, vista di sottecchi: nel mondo di domani il cinismo non è per niente cool, sembra dirci qua e là il nostro inviato ai confini del tempo. Sottilissime sono anche le sue osservazioni architettoniche (e di design), un barometro perfetto per descrivere in controluce i rapporti sociali, e altrettanto ricche e divertenti sono le diverse interviste che l’inviato del Foglio ha messo insieme nel corso delle sue permanenze californiane (nel tempo oltre a San Francisco l’autore ha cominciato a spingersi sempre più a Sud, scoprendo così una California diversa, più a misura d’uomo, anche in panorami che a un primo colpo d’occhio parevano allucinanti e che invece dopo qualche tempo finivano per somigliare in qualche modo alla Sicilia, come succede a Palm Springs).

Ho letto il volume con grande piacere e aspettavo da tempo l’occasione di poter scambiare due chiacchiere con Masneri, fossimo stati in un altro momento storico mi sarebbe piaciuto farlo dal vivo ma in un agosto minacciato dall’incombenza del Covid ci siamo fatti bastare i mezzi telematici messi a nostra disposizione dalla terra che in una sorte di Grand Tour al contrario l’autore ci ha raccontato con tanta classe.

Steve Jobs non abita più qui di Michele Masneri

Molti luoghi del mondo sono macchine del tempo, quasi sempre rivolte al passato. Poi ce ne sono alcuni – pochissimi – che portano direttamente, se non al futuro, a quello che del futuro riusciamo a immaginare. Uno è la California di Michele Masneri.

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Una delle cose che mi ha divertito di più è il tuo modo di raccontare la Silicon Valley partendo dalla Brianza, del resto è normale che Marco Polo torni infinitamente a Venezia. Eppure mi sa che ce n’erano davvero tante di similitudini in quella distesa di villette costosissime. Non ti sei chiesto a volte che senso avesse tutto ciò?

Pensa che ne ho pure tolte, di similitudini. Il fatto è che cercavo un modo per rendere il racconto più paradossale e insieme più comprensibile. Cioè tra dire “una villetta molto piccola” e dire “una villetta più piccola di quelle della periferia di Brescia”, funziona meglio la seconda, no?

Certo, quello che soprattutto mi ha colpito è il fatto che questi miliardari di genio si ritrovino a vivere nelle condizioni materiali del marito (pendolare) della casalinga di Voghera, ed è una cosa che porta a chiedersi se alla fine ne vale la pena.

Beh sì dai. A Voghera si divertono meno, credo. E poi a due ore di macchina hanno Big Sur. A Voghera dove vai? In due ore sei a Brescia, al massimo.

Come ti sei trovato col clima a San Francisco? Andando più a sud la California ti pareva più vivibile?

La questione del clima di San Francisco, nonostante la abusatissima massima di Mark Twain (“l’inverno più freddo della mia vita è stato un’estate a San Francisco”), è malposta. Non è che fa freddo: c’è proprio la bora. Un vento polare che in certe zone della città ti butta per terra (mentre in altre fa caldissimo). Non puoi andare in bici perché ti sbatte per terra. E poi la nebbia micidiale, come a Brescia negli anni Ottanta (scherzo).

Già nel tuo romanzo Addio, monti (minimum fax) dimostravi grande attenzione agli aspetti di rigenerazione urbana, la cosa che mi ricordo di più di quel libro è il progetto di riqualificazione di una palazzina del Pigneto, con cui descrivevi la trasformazione di un luogo e tutti i corollari che questo si porta dietro. A San Francisco tutta la città è preda di una gentrificazione feroce, tanto che sotto una delle case in cui vivevi era appostato un investigatore privato per vedere se per caso voi inquilini aveste fatto qualche passo falso in grado di invalidare il contratto d’affitto (i.e. avviare la lavatrice). Col senno di poi forse neanche la chiameresti più gentrificazione quella del Pigneto, immagino. Che distanza c’è in queste cose tra Italia e California?

Bè, la gentrificazione sanfranciscana è molto violenta, in una città a bassissima densità, con severissime regole urbanistiche e brutale attenzione all’ambiente: c’è una domanda praticamente infinita di abitazioni e un’offerta scarsissima. Così quartieri ex popolari come Mission vengono presi d’assalto dai nuovi ricchi come Zuckerberg, e molti si lamentano. Anche se generalmente i nuovi ricchi portano buoni ristoranti e rigenerazione urbana. A Roma anche questa regola viene invece capovolta: tanti anni fa avevo scritto scherzosamente del Pigneto, un quartiere ex popolare sottoposto a una gentrification molto vituperata: che però l’ha reso ancora più sgangherato. Ma Roma ha questa specie di de-gentrification, per cui quando un quartiere diventa di moda, si sfascia quasi subito.

A parte Travis Kalanick, il fondatore di Uber che sembra avere quel tocco magico per cui ogni cosa che dice sembra la più sbagliata del mondo (tipo Renzi o Sala, per capirci), qual è tra gli startuppari della Valle del Silicio quello che ti ha colpito di più?

Adoro Fedele Bauccio, un italoamericano sconosciuto ai più, che ha messo su un colosso della ristorazione che gestisce tutte le mense delle varie Google, Uber, LinkedIn. Ha l’ufficio nella stessa palazzina a Palo Alto di Peter Thiel e della sua Palantir, quella specie di Spectre che fornisce i big data alle forze dell’Ordine americane. Ma Bauccio è molto più fico.

A proposito della gastronomia californiana, qua e là la descrivi come una specie di cucina mediterranea fusion, innestata di avocado e altri tocchi locali e dici che ormai lì si mangia meglio che in Europa, ma intendi in generale o ti riferisci a posti come Chez Panisse di Alice Waters?

No no, in generale in California si mangia benissimo, meglio che in Italia. Grazie anche a materie prime pazzesche, verdure e frutta e pesce che trovi al supermercato sono buonissimi. Io alla fine ero diventato un emigrante classico, che cucinava tutto il giorno.

Nell’intervista che hai fatto a Franzen, bellissima, secondo me mostri un certo timore reverenziale, specie all’inizio – cosa che non succede per niente con Bret Easton Ellis o con Don Bachardy, il pittore vedovo di Christopher Isherwood. A me pare che tutto sommato Franzen abbia un po’ deluso le aspettative, come valuti la sua opera?

Non direi, ho riletto di recente Le Correzioni e Libertà e sono romanzi che reggono magnificamente il tempo. Le Correzioni è il libro più importante della letteratura americana degli ultimi vent’anni. E forse Purity non è allo stesso livello, però non si può chiedere a uno scrittore di scrivere un capolavoro dietro l’altro.

La descrizione che fai dell’Hearst Castle è davvero spassosa: “San Simeon è anche, si capisce, uno dei casi più interessanti di rapporto committente-architetto ugualmente mitomani: c’è una vasta letteratura”, quando leggo queste cose – e in particolare la tua abilità nella descrizione architettonica, che rispecchia una riflessione sul potere e sui rapporti sociali – non posso non farmi una domanda un po’ simile a quella che hai fatto tu a Breat Easton Ellis: che formazione hai avuto? La tua conoscenza epidermica di certi ambienti mi fa sospettare un’estrazione sociale molto alta.

Ma no, una normalissima borghesia lombarda. Liceo classico, tutte quelle cose lì. Magari, ecco, delle belle case, e un’educazione abbastanza rigorosa anche dal punto di vista visuale, grazie a un papà architetto.

Non so cosa ne pensi ma io ho notato che il recente dibattito intorno alle dichiarazioni della Rowling, o alla lettera sulla cancel culture, cioè in pratica il dibattito intorno ai diritti delle persone trans e su tutte le possibili declinazioni della queerness, in Italia manda in tilt gente di solito in grado di pensare. È come se ci fosse un impulso irrefrenabile a imporre ad altri le proprie etichette coercitive, ovviamente con l’intento di non riconoscere una serie di diritti fondamentali a un certo insieme di persone. Qui è come se molti riescano a superare questo istinto solo riguardo a quei temi per cui tutto ’sto discorso sia ormai stato elaborato collettivamente mentre nei nuovi casi niente, si ricomincia da capo. L’idea che mi sono fatto leggendo il tuo libro ma anche parlando con alcuni amici che vivono in Nordamerica è che lì il livello del dibattito – qualunque sia il punto di vista su queste posizioni – sia tipo un secolo avanti. Mi sbaglio?

Non riesco proprio a capire perché le donne trans diano così fastidio alle donne cisgender: in fondo sono le loro più grandi fans. Ma a parte questo, quanti lo capiranno, il tema, in un paese in cui “il trans”, rigorosamente al maschile, è quasi sempre sinonimo di travestito che esercita il meretricio? Se vai a leggere sotto il tweet di Amazon Prime che lanciava in Italia Transparent, una serie bellissima che racconta le vicissitudini di una famiglia il cui capofamiglia decide di diventare una donna, i commenti sono tutti più o meno “schifosi, vergognatevi!”. Quindi è come dici tu, in Italia siamo molto indietro, anche se non lo sappiamo, perché Internet ci ha illuso di essere tutti aggiornatissimi. Abbiamo fatto tutti il militare a Cuneo. Invece c’è una grossa sfasatura temporale, è come col politically correct che da noi non è mai arrivato, e invece siamo qui a ribellarcene. In America è un tormentone da quarant’anni, e magari dopo quarant’anni oggi ci saranno delle forzature. Certe università molto estreme e certi musei di arte contemporanea di Los Angeles ti avvantaggeranno se sei una donna transgender invece che un maschio bianco etero. La cosa però fa andare fuori di testa soprattutto il sovranista di Pescara o il suprematista di Usmate, sinceramente convinti che stia accadendo qui e ora: onestamente terrorizzati che non potranno mandare i figli all’università italiana, che accetterà d’ora in poi solo “i trans”. Mentre nelle università italiane è molto più frequente il rettore etero palpeggiatore bianco. Insomma, un pasticcio.

Questa sfasatura, per cui a causa di Internet qui ci indigniamo per movimenti (magari sacrosanti) che esistono dall’altra parte del mondo, crea una specie di realtà paradossale per cui noi qua le battaglie di civiltà e le relative conquiste non le conosciamo, mentre invece ci becchiamo solo i danni collaterali, da un lato questa cosa può far ridere amaro ma dall’altro mi fa domandare in che razza di paese vivremo da qua a trent’anni, e quindi già che sei qua lo chiedo a te.

Ma noi siamo specializzati nel prenderci i sottoprodotti, senza i prodotti. Il senso di colpa del boom senza aver avuto il boom, la recessione dopo i mutui gratis senza avere avuto i mutui gratis, gli antidivi senza i divi. Questa volta però col Covid siamo i primi, dettiamo la linea, non avremo nessun modello da imitare. Mi sembra che quello che sta venendo fuori sia quindi un originale populismo mediterraneo, un cattocomunismo sudamericano, con la fusione delle nostre grandi culture prevalenti. Tra IRI e INRI. Dunque una società completamente statalizzata, con aiuti a pioggia e “bonus” per qualunque categoria, basta chiedere. Così anche Roma acquisterà una nuova centralità, in questo nuovo sistema tutto di Stato, dall’Alitalia alle sartorie. Chissà se in questo, per la prima volta, qualcuno copierà noi.

Ogni volta che esce un libro di un italiano per Adelphi c’è qualcuno che storce la bocca, nei gruppi su Facebook per esempio. Il tuo a me sembra perfetto in quel catalogo, oltre alle ascendenze arbasiniane, noto una certa affinità con l’approccio di autori tipo Evelyn Waugh, ed è adatto anche per la concezione stessa del volume, costituito da un nocciolo iniziale di pezzi già scritti con una forte unitarietà tematica, mi vengono in mente tantissimi esempi, uno può essere Passaggi di Michaux, un altro La follia che viene dalle Ninfe di Calasso, oppure Concupiscenza libraria di Manganelli, insomma c’è da scegliere. Continuando questo gioco, saresti in grado di identificare qualche grado di affinità con alcuni libri del catalogo Adelphi, oppure ti andrebbe semplicemente di indicarmi qualche tuo modello?

In realtà molti degli scritti del libro sono inediti, non erano mai usciti. Il resto è stato comunque riscritto, aggiornato, “rimontato”: non c’è niente di peggio di quelle raccolte di articoli dei giornalisti, che invecchiano così male... Riguardo all’Adelphi, mi sento naturalmente del tutto inadeguato a entrare in una famigliona così chic: ma se fosse un party di famiglia cercherei di parlare con Aldo Busi, che scrisse Seminario sulla gioventù nel 1984 – e mi ha ispirato molto quando ero più giovane. Parlerei poi con dei vecchi zii molto viaggiatori come Brodskij e Chatwin – il Chatwin giornalista/saggista, che andrebbe rivalutato, schiacciato com’è dalla sua etichetta di scrittore in confezione da regalo; e poi il Mordecai Richler di La versione di Barney; insomma, a questo party di famiglia, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta.

Le correzioni di Jonathan Franzen

Un grande romanzo che si legge d'un fiato, ricco di umorismo e umanità e al tempo stesso duramente critico verso la società contemporanea e i suoi pochi, incerti valori. Impossibile non riconoscere che i Lambert siamo noi: in un momento della nostra vita, in qualsiasi luogo del primo mondo.

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America amore di Alberto Arbasino

Negli anni Sessanta, su e giù per la California, lungo la mitica Highway 101. Soggiorni e scoperte fra San Francisco e Los Angeles, Stanford e Berkeley e Hollywood. Da Alfred Kazin a George Cukor. Panorami e vedute. I primi movimenti dei «figli dei fiori» e le «contestazioni» poi passate più violente in Europa.

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La versione di Barney di Mordecai Richler di Mordecai Richler

Approdato a una tarda, linguacciuta, rissosa età, Barney Panofsky impugna la penna per difendersi dall’accusa di omicidio, e da altre calunnie non meno incresciose diffuse dal suo arcinemico Terry McIver.

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Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. È autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e di I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio (Piano B, 2016). Scrive su diverse testate tra cui Il Foglio, L’Indiscreto, Esquire e Dissapore.

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