Piuttosto che l’assurdo, meglio il mistero
Stanislaw Lem non voleva essere considerato uno scrittore di fantascienza. Nei suoi numerosi saggi dedicati a questo genere, osservava che solo nella fantascienza si era venuta a creare una parziale sovrapposizione tra due sfere della cultura fondamentalmente diverse tra loro: il “regno inferiore”, quello della letteratura di consumo, e il “regno superiore”, quello della letteratura a pieno titolo. Se ai tempi di H.G. Wells questa distinzione ancora non esisteva e di lui si poteva dire semplicemente che fosse uno scrittore inglese, in seguito sarebbe calata una cortina di ferro che avrebbe separato nettamente le due sfere, cosicché i lettori di fantascienza oggi conoscono solo il Wells scrittore di fantascienza e non l’autore di letteratura realista. Lem temeva che gli fosse riservato analogo destino. A lungo di lui abbiamo conosciuto una sola opera: Solaris (1961). Trasposta due volte al cinema – dal sovietico Andreij Tarkovskij (1972) e dall’americano Steven Soderbergh (2002) – Solaris è senza ombra di dubbio il suo capolavoro, la più efficace sintesi in forma romanzesca della sua filosofia e la più accessibile delle opere di Lem. Per molti anni le altre sue opere sono state pubblicate in italiano principalmente nella collana Urania di Mondadori, la più longeva collana da edicola di romanzi di fantascienza, con qualche rara eccezione.
Man mano, tuttavia, altri editori hanno iniziato a riconoscere in Lem un narratore che bisognava tradurre a prescindere dall’etichetta di genere. È il caso di Marcos y Marcos, che pubblica nei primi anni Duemila Il congresso di futurologia (2003), Memorie di un viaggiatore spaziale (2004), e Fiabe per robot (2005); di Bollati Boringhieri, che traduce il fondamentale La voce del padrone (2010); di Voland, a cui dobbiamo la ritraduzione di Vuoto assoluto (2010); di Sellerio, che dopo aver ritradotto proprio Solaris direttamente dal polacco (2013) – traduzione su cui ancora si discute se sia davvero “l’unica integrale”, come sostenuto dall’editore (sembra in realtà che lo fosse già quella mondadoriana), e se sia davvero migliore di quella dall’inglese – ha proposto di recente le ritraduzioni di L’invincibile (2020) e Ritorno dall’universo (2021). Finché la stessa Mondadori ha deciso che valesse la pena, in occasione del centenario dello scrittore polacco caduto nel 2021, mettersi d’impegno dapprima pubblicando la monumentale raccolta Universi, che raccoglie quasi tutta la narrativa breve di Lem con numerosissimi inediti, e poi riproponendo le sue opere nella collana Oscar Cult fino alla traduzione dell’ancora inedito Memorie ritrovate in una vasca da bagno, a lungo attesa dagli appassionati.
Si può dunque dire che Lem sia stato accontentato. E sarebbe forse ancor più felice di sapere che in questa sua riscoperta di autore di “letteratura a pieno titolo” a cui tanto ambiva (ma che la Polonia non ha mai messo in discussione) gli ha fatto compagnia in Italia Philip K. Dick, a cui da tempo si lavora a un doppio volume dei Meridiani – consacrazione definitiva nell’Olimpo della letteratura – e che Lem considerava l’unica vera eccezione della fantascienza americana, l’unico autore che potesse ambire a quella elevazione dalla sfera inferiore alla sfera superiore. Simili in tanti aspetti, molto distanti in altri (è noto che la stima di Lem non fosse ricambiata da Dick, che nella sua paranoia lo considerava un agente sovietico), i due scrittori hanno in effetti avuto la capacità di utilizzare gli stilemi del genere per realizzare una letteratura a vocazione universale, impegnata a esplorare le profondità dell’animo umano e della civiltà moderna. Ciò che Lem apprezzava in Dick era esattamente ciò che egli tentava di realizzare nella sua produzione letteraria: una presa di distanza da quello che riteneva essere il punto debole della fantascienza, precisato nel suo saggio Per un’analisi strutturale della fantascienza (incluso nella raccolta Micromondi), ossia l’ambizione di svolgersi in un mondo fantastico dove però “tutto ciò che viene descritto deve essere in principio razionale e spiegabile”, dove “non sono ammessi dunque miracoli, trascendenze, demoni o diavoli, ma neanche sequenze inverosimili di eventi”. Per Lem, invece, le sequenze inverosimili di eventi sono fondamentali.
È un’idea che gli derivava dalla sua esperienza di vita, in particolare della Seconda guerra mondiale, dove lo scrittore – di origini ebree – scampò per un puro caso alla fucilazione da parte di un plotone d’esecuzione durante l’occupazione di Leopoli (la sua città natale), per poi apprendere che anche il padre si era salvato ugualmente per puro caso durante un analogo episodio ai tempi della Prima guerra mondiale. Ciò lo spinse ad approfondire per tutta la sua vita il ruolo del caso, al punto da dedicargli una ponderosa opera filosofica, sfortunatamente ancora inedita in lingue diverse dal polacco (Filozofia Przypadku, “Filosofia del caso”), ma la cui impronta è presente in buona parte dei suoi romanzi. Le sequenze inverosimili di eventi sono quelle che si trovano nelle storie di uno dei suoi scrittori preferiti, Franz Kafka, la cui opera per Lem era da considerarsi strutturalmente antitetica alla fantascienza, non perché Kafka non faccia mai ricorso a fantasie scientifiche, ma perché non accetta le premesse di una storia che, al di là del mistero iniziale, debba alla fine essere sempre perfettamente razionale e spiegabile.
Memorie ritrovate in una vasca da bagno, pubblicato nel 1961 (lo stesso anno di Solaris), ma scritto in precedenza e rimasto fermo a lungo a causa della censura comunista, è innanzitutto un omaggio a Kafka (quasi un moderno reboot del suo capolavoro Il castello), ma anche l’opera in cui Lem riuscì forse ad andare più a fondo nella sua ambizione di rompere completamente gli schemi della narrazione e mostrare la vacuità dello sforzo umano di dare senso a un mondo senza senso, tema portante di tutta la sua produzione. È il racconto in prima persona di un personaggio senza nome che si ritrova nel misterioso Edificio – un’enorme base militare americana dedita al lavoro d’intelligence – a cui viene affidata una Missione di cui non riuscirà mai tuttavia a comprendere obiettivi e motivazioni, finendo sempre più fagocitato da una struttura dalle gerarchie labirintiche il cui fine stesso è andato smarrito, immerso in un clima di crescente paranoia dove ciascuno crede che l’altro sia una spia nemica, dove all’improvviso svoltando in un corridoio ci si può imbattere in una sparatoria tra fazioni avverse, dove si cova la convinzione che esista un Antiedificio caduto nelle mani del nemico.
Un altro grande tema portante della narrativa di Lem, quello che con Umberto Eco potremmo definire della sovrainterpretazione, ossia dell’eccesso di significato che gli esseri umani attribuiscono a ciò che cercano vanamente di comprendere (e di conseguenza controllare), trova in questo romanzo la sua più efficace manifestazione. Essendo compito precipuo di chi lavora nell’Edificio quello di cercare di decifrare codici nemici, si insinua con estrema facilità quella che Eco chiama “l’interpretazione sospettosa”, ossia una lettura ossessiva e paranoica del mondo e dei testi tipica del pensiero ermetico:
“Ogni oggetto, mondano e celeste, nasconde un segreto iniziatico. Ma, come hanno affermato molti ermetisti, un segreto iniziatico rivelato non serve a nulla. Ogni volta che si pensa di aver scoperto un segreto, esso sarà tale solo se rinvia a un altro segreto, in un movimento progressivo verso un segreto finale” (Eco, I limiti dell’interpretazione).
Così accade per il protagonista delle Memorie trovate in una vasca da bagno. Non a caso uno dei tanti superiori del protagonista si chiama Erms, un esplicito riferimento al dio Ermes che nella tarda antichità fu associato alla figura leggendaria di Ermete Trismegisto, l’autore di quel Corpus Hermeticum che si situa a fondamento dell’interpretazione simbolica del mondo per carpirne i segreti nascosti. “Tutto, tutto è un codice, o un mascheramento. Anche lei”, rivela al protagonista il capitano Prantdl del Dipartimento Codici. E quando l’altro gli chiede se ciò valga anche per i testi letterari, Prantdl gli dà una dimostrazione pratica: una citazione dal Romeo e Giulietta di Shakespeare viene data in pasto a un computer decifratore che ne trae un testo sconclusionato (davvero faticoso, per inciso, e per questo magistrale, il lavoro della traduttrice italiana Vera Verdiani), dal quale il capitano desume che "nello scrivere questa scena, Shakespeare nutrisse sentimenti ostili nei confronti di un individuo di nome Mathews, e che li abbia espressi in codice nel dramma”. Il protagonista non può fare a meno di dubitare, come noi, che l’intera opera di Shakespeare non sia stato altro che un modo per nascondere un messaggio cifrato, ma Prantdl liquida freddamente gli scritti del vate inglese come “un balbettio a scopo diversivo”.
“Lo sa a che servono l’arte e la letteratura? A distogliere l’attenzione!”
“Da che cosa?”
“Non lo sa?”
“No…”
“Malissimo. Dovrebbe saperlo. Che ci fa qui, in tal caso?”.
Prantdl ha ragione: nell’Edificio, tutti possiedono segreti che rinviano ad altri segreti. Ma, come ci ricorda ancora Eco, poiché non può esserci un segreto finale, ne consegue che “il segreto finale dell’iniziazione ermetica è che tutto è segreto”. Il protagonista del romanzo è dunque parte di una iniziazione e comprendere quale sia il significato della sua Missione rappresenta l’obiettivo. Senonché, il segreto ermetico è sempre un segreto vuoto, ed è questo che suo malgrado scopre il nostro protagonista. Nessuno, nell’Edificio, sa davvero qualcosa. Tutti fingono, perché questo è l’unico modo che conoscono di dar senso alle loro esistenze, che hanno perso significato molto tempo fa. Nessuno ricorda più il vero scopo dell’Edificio, come rivela don Orfini, il cappellano:
“Ascolta: cosa sia l’Edificio, io non lo so (…). Può anche darsi che due Servizi Segreti, saldati tra loro, si siano fagocitati nel corso di un combattimento. È possibile che non si tratti di follia umana, ma della follia di un’organizzazione che, sviluppatasi all’eccesso, abbia trovato da qualche parte delle sue propaggini, le abbia trangugiate e attraverso di esse sia tornata al proprio cuore, e che ora si avviti su se stessa divorandosi sempre più a fondo. Potrebbe darsi che l’altro Edificio neanche esista… se non come giustificazione di questa autofagia…”.
Il richiamo alla fortezza Bastiani del capolavoro di Dino Buzzati, Il deserto dei tartari, viene naturale. Come il sottotenente Drogo, anche il protagonista del romanzo di Lem alla fine non riesce a immaginare di vivere al di fuori dell’Edificio, anche se ha capito che lì dentro nulla ha davvero un senso (è lo stesso per K., il protagonista del Castello di Kafka).
Ma d’altronde c’è forse un senso nel mondo al di fuori? La differenza sta nel fatto che nell’Edificio si prova almeno a trovarne uno, anche se l’intero sforzo assume contorni autodistruttivi. Non si può farne a meno. Credere che sia tutto uno scherzo, che non esista un significato razionale nell’universo, è un pensiero insostenibile. “L’idea che ti torturino senza farlo apposta, che nessuno osservi i tuoi tormenti neppure con un diabolico sorriso sulle labbra, che in fondo nessuno li abbia voluti e che non importino a nessuno ti riuscirebbe insopportabile. Piuttosto che l’assurdo, meglio il mistero: nel mistero c’è posto per tutto, anche per la speranza…” spiega ancora don Orfini.
È un pensiero che accomuna molti dei personaggi dei romanzi di Lem: meglio credere che il pianeta Solaris voglia qualcosa, che sia una specie di divinità che cerca un contatto con l’Uomo, piuttosto che accettare che si tratti di un oceano informe e senza vita; meglio credere che le strane creature del pianeta Eden siano mosse da incomprensibili motivazioni politiche o religiose nelle loro azioni, che accettare l’ipotesi che le loro azioni siano il prodotto del puro caso, che il mondo intero sia preda di una insensata follia; meglio, infine, distruggere l’intero pianeta Quinta, che si sottrae inspiegabilmente al contatto con la civiltà umana, piuttosto che accettare che gli alieni non vogliano avere nulla a che fare con noi, perché per loro non siamo niente.
La deriva ermetica che si verifica nell’Edificio ha però una conseguenza. Nell’immenso sforzo di interpretare ogni cosa per cercare di decifrarne il segreto nascosto, i suoi abitanti finiscono per distruggere ogni significato. È la “desemantizzazione”, spiega al protagonista l’istrionico Cappran.
“La storia ci ha già abbastanza paralizzati incollando su ogni cosa il suo spesso involucro di traduzioni, significazioni e mistificazioni. Io non scortico gli atomi, non sventro le stelle, ma gradualmente, lentamente, meticolosamente e onnilateralmente tolgo Senso”.
È allora possibile comprendere, forse, il motivo del cataclisma di cui apprendiamo nell’introduzione dell’opera, che attribuendo il romanzo che leggiamo alla scoperta di un manoscritto ritrovato nello scavo archeologico dell’Edificio risalente al Tardo Neogene rivela che tutta la documentazione di quel periodo si è persa a causa di una misteriosa epidemia che ha colpito la carta, distruggendo ogni traccia di testimonianza scritta. Può essere piuttosto che prima ancora della carta a essere stato distrutto sia stato il significato dei testi stessi, e che la “kartyolisi” sia stata l’esito finale della deriva ermetica. “Il pensiero ermetico trasforma l’intero mondo in fenomeno linguistico, e contemporaneamente sottrae al linguaggio ogni potere comunicativo”, ci spiega ancora Eco. Così, il romanzo di Lem, pensato forse come distopia critica nei confronti degli apparati paranoici del mondo sovietico, ma che l’introduzione, per sfuggire alla censura, attribuisce invece allo stile paranoide americano (l’Edificio è infatti il Pentagono, o meglio una sua futura evoluzione, l’Ultimo Pentagono), può essere letto come un’inquietante profezia dell’era della post-verità, dove la manipolazione dell’informazione è ormai pervasiva e minaccia l’intera civiltà.
E considerando la straordinaria capacità di Lem di anticipare il nostro futuro, faremmo bene a premunirci: molto più facilmente della carta, oggi è l’informazione digitale che può essere manipolata, desemantizzata e infine distrutta; non è forse un caso che molti esperti mettono in guardia dal rischio di un “buco nero dell’informazione” prodotto dalla perdita delle nostre memorie digitali per un incidente o in modo volontario? Lem aggiunge a questo scenario un sospetto in più, che forse è più vicino alla realtà di quanto vogliamo ammettere: non sono tanto i supporti fisici dell’informazione a essere in pericolo, quanto l’informazione stessa, che la postmodernità prima e la post-verità poi hanno desemantizzato al punto da renderla prima di senso. E poiché, insegna Wittgenstein, “i limiti del linguaggio significano i limiti del mio mondo”, quando avremo rimosso ogni senso dal nostro linguaggio sparirà anche questo nostro mondo del tardo Neogene.
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