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Affrontare la perdita

Di Alessia Dulbecco • settembre 28, 2022Pensieri

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Se è vero che in tutta la letteratura possiamo riscontrare topoi, luoghi comuni che ricorrono con frequenza, quello che connota le relazioni damore è forse il più noto. La scuola ci insegna il tormento di Saffo e di Catullo per le loro amate, la relazione travagliata di Renzo e Lucia o l’amore impossibile di Giulietta per Romeo. Anche al di fuori del contesto scolastico gli esempi non mancano: come molte ragazze, ho vissuto gli anni della mia adolescenza, tra la fine dei novanta e i primi duemila, ascoltando canzoni, guardando film e leggendo romanzi che ripercorrevano, in chiave più attuale, gli stessi luoghi comuni. Solo da adulta, quando le prime relazioni cresciute all’ombra di quegli stereotipi cominciavano a sgretolarsi, ho fatto i conti con l’eredità che le storie mi avevano lasciato e mi sono incamminata alla ricerca di testi in grado di mostrare altre sfumature dell’amore romantico. Mi interessava cercare un punto di vista diverso, capace di aiutarmi ad affrontare le due fasi più dolorose che avevo già sperimentato: quella dell’inizio e della fine di una relazione.

Proprio nel 2013, anno in cui stavo faticosamente uscendo dal legame più lungo, la filosofa Michela Marzano ha pubblicato un testo radicalmente diverso dai precedenti. Ripercorrendo la relazione con quello che diventerà suo marito, si interroga intorno all’esperienza amorosa, descritta come “totalizzante”, che ha i contorni del segreto: «talvolta se ne parla, talvolta lo si sfoggia, talvolta lo si nega. Eppure è sempre quel segreto che spiega tutto quello che si vive… L’amore, in fondo, è quel segreto che ci portiamo dentro». Marzano affronta il sentimento dell’amore romantico forte di ciò che la filosofia e le incursioni nella letteratura le hanno lasciato e tuttavia le trascende, sottolineando quanto sia difficile comprenderlo a partire dalle teorie e dai luoghi comuni: «il problema è che di evidente non c’è assolutamente nulla. Il semplice nasconde il complesso».

L’amore è tutto è un libro difficile da catalogare: vuole essere una storia narrata in prima persona ma l’autrice è consapevole di non parlare mai solo a se stessa. Nelle sue riflessioni, in cui chi legge può rispecchiarsi attraverso un altro punto di vista, prova a delineare anzitutto ciò che l’amore non può essere. Nonostante ci insegnino ad aspettarlo e a immaginarlo perfetto, esso è radicalmente il contrario: «comincia quando l’ordine si spezza e si capisce che è proprio dal disordine che si deve ripartire».

Per Marzano l’amore è contraddittorio: la sua relazione con Jacques nasce infatti mentre lei è ancora impegnata con un’altra persona. Inoltre, non ha i connotati della grande storia romantica, non nasce come una passione travolgente ma per caso, «senza troppa convinzione».

L’amore capita e ha bisogno di tempo per allinearsi ai desideri dell’altra persona. Come ben sottolinea il semiologo Roland Barthes, esso prevede la presenza di un’altra (o di altre) soggettività, eppure è essenzialmente un discorso solitario.

Proprio sulla solitudine è incentrato il romanzo della scrittrice statunitense Tayari Jones, Un matrimonio americano. I protagonisti, Celestial e Roy, sono due persone molto diverse che si incontrano casualmente durante gli anni del college grazie ad Andre, amico della giovane fin dai tempi dell’infanzia. Lei proviene da un’agiata famiglia di Atlanta, lui da Eloe, piccola città in Louisiana, e ha origini umili che cerca in tutti i modi di riscattare. Nei capitoli che si susseguono, ciascuno scritto in prima persona dai due protagonisti, si comprende quanto l’amore sia interpretabile da prospettive molto differenti. Così, se per lui è meraviglioso «essere legati, eppure liberi» lei riflette sul suo essere moglie sentendosi a disagio in quel ruolo. Quando Roy finisce in carcere accusato di una violenza mai commessa, tra i due nasce un fitto scambio epistolare che porta Celestial a riconoscere di non voler più continuare la relazione: «quello che abbiamo non è un matrimonio. Un matrimonio è qualcosa di più del tuo cuore, della tua vita. Noi la nostra non la condividiamo».

Il loro rapporto si spezza in modo silenzioso, come «un filo che qualcuno ha cessato di annodare», e tuttavia qualcosa del loro legame resta. Quando Roy esce di prigione grazie al lavoro dell’avvocato, zio di Celestial, torna prima da suo padre, a fare i conti con le sue origini, e poi ad Atlanta da quella che formalmente è ancora la moglie. Solo rivendendola accetta la fine della loro relazione, riconoscendo però all’amore il potere di trasformarsi in qualcos’altro: esso «cambia forma, ma resta».

Le relazioni si chiudono e si aprono in modo non lineare e hanno a che fare con il nostro passato più di quanto, forse, lo abbiano con il nostro futuro. Anche le storie di cui racconta la scrittrice Valérie Perrin in Cambiare l’acqua ai fiori affondano le radici nella storia personale. La protagonista, Violette Trenet si ritrova a fare la guardiana del cimitero dopo una vita trascorsa a occuparsi del passaggio a livello di Melgrange-sur-Nancy, insieme al marito Philippe Touissant. Violette è una bambina non amata che, non a caso, si innamora di un uomo che non la ama. Tuttavia, almeno all’inizio la loro relazione coinvolgente, assoluta, totalizzante: «mi risucchiava, mi beveva, mi avviluppava, era di una sensualità pazzesca. Mi si squagliava in bocca come caramello, come zucchero filato. Ero perennemente in festa. Se ripenso a quel periodo mi vedo come al luna park (…)». In poco tempo però diventa infelice, lui è violento e manipolatorio, tuttavia lei riesce a dare un senso a una storia che avrebbe solo i contorni della tristezza grazie alla nascita di Leonine.

La morte della bambina, avvenuta in circostanze poco chiare durante un campo estivo, la spinge a riconsiderare la sua vita, ad andarsene via per insediarsi nel cimitero di Brancion-en-Chalon al posto di Sasha, il guardiano giunto alla pensione. Qui la sua storia si intreccia a quella di Julien Seul, un poliziotto arrivato da Marsiglia che vuole sapere perché la madre, deceduta da poco, abbia chiesto di farsi seppellire proprio in quel cimitero, così lontano da casa, accanto a un uomo di cui ignorava l’esistenza.

Il rapporto che Violette intreccia con Julien non ha nulla del precedente, tuttavia il loro legame cresce nutrendosi di una reciproca conoscenza che ha affonda nel passato con cui sono entrambi chiamati a confrontarsi. Perrin mette al centro del suo romanzo il cimitero, con i suoi ritmi e le storie di chi lo abita, mostrando come vita e morte siano tra loro interconnesse. Molte delle nostre esperienze sono determinate da quelle chi ci ha preceduto, talvolta anche da chi ci ha lasciato, e dal modo in cui ci rapportiamo ad esse.

È il caso della storia narrata dallo scrittore Eduardo Halfon. In Lutto, Halfon ripercorre le origini della sua famiglia per dare un senso alla vicenda di Salomón, il fratello maggiore di suo padre che tutti raccontano essere morto nelle acque del lago di Amatitlán. Solo tornando al suo paese di origine e affidandosi a una curandera, Doña Ermelinda, può «vedere la verità»: il dolore di sua nonna - madre di Salomón - per la perdita aveva rinchiuso il figlio in uno spazio e un tempo mai esistiti. Affrontare il lutto, ridare parole e dignità a quanto accaduto allo zio mai conosciuto consente al protagonista di riappropriarsi della sua storia per quella che è, senza più punti oscuri e presenze fantasmatiche.

Molte storie finiscono perché si esaurisce la spinta propulsiva che teneva uniti gli amanti, altre si concludono in modo tumultuoso, anche violento, per volere di uno dei due. Alcune, magari destinate a durare, si interrompono a causa dell’unico evento ineluttabile, la morte.

Dopo la perdita di una persona cara, la nostra vita può prendere una piega inaspettata in cui i confini tra reale e immaginato, ricordo e realtà si fanno sottili. Verso la fine del 2003, la scrittrice Joan Didion viene colpita da due eventi improvvisi e terribili. La figlia Quintana si ammala e, nel giro di poche settimane, quella che doveva essere una banale influenza si trasforma in una malattia che la porterà alla morte. Verso Natale, al rientro da una visita alla figlia ancora ricoverata, il marito John Dunne si accascia in cucina a causa di un infarto che lo uccide sul colpo. «Ti manca un persona, e il mondo intero è vuoto (…). Oggi, però, non si ha più il diritto di dirlo ad alta voce». L’anno del pensiero magico è proprio il tentativo di guardare in faccia il dolore della perdita, trovando nuove strategie di sopravvivenza rimescolando ricordi e memoria. «Il matrimonio non è solo tempo: è anche, paradossalmente, la negazione del tempo. Per quarant’anni mi sono vista con gli occhi di John. Quest’anno per la prima volta mi sono vista con gli occhi degli altri. Quest'anno per la prima volta da quando avevo ventinove anni mi sono resa conto che l’immagine che avevo di me stessa era di una persona significativamente più giovane». La morte di chi amiamo ci rivela esposti e fragili, essa atterrisce eppure affrontarla è indispensabile, anche se sappiamo di non poter spuntare alcuna vittoria.

C.S. Lewis, autore de Le cronache di Narnia, scrive Diario di un dolore per esplorare quello dovuto alla perdita della persona più importante della sua vita, la moglie. «Sono sbigottito, sopraffatto dallo smarrimento. Ho un’orribile sensazione di irrealtà, mi sembra di parlare nel vuoto di qualcosa che non esiste». Se Didion si aggrappa al pensiero irrazionale per provare a sistematizzare la perdita del marito, Lewis, fervente cristiano, prova a farlo con la fede, mettendola alla prova: «non si può mai sapere con quanta convinzione si crede a qualcosa, fino a quando la verità o la falsità di questo qualcosa non diventano una ragione di vita o di morte». Se, come afferma, «nulla resta giù, nel dolore» gli appunti che si susseguono nel diario servono a far riaffiorare la sua condizione, prima ancora che prendere coscienza della perdita della moglie: «è un problema che mi pongo io, non credo che Dio c’entri niente».

Fuori dalla rigidità dei topoi, ogni relazione inizia con una sorpresa - perché tu? è forse la domanda che ognuno di noi si è posto, almeno una volta, nelle fasi iniziali di una storia - ma prosegue solo attraverso l’impegno. Per chiuderla - o per vederla svanire - abbiamo però bisogno di ripercorrerla per ricostruirne il senso. Nel suo diario, Lewis scrive: «ho scoperto che l’afflizione non è uno stato, bensì un processo», per attraversarlo serve coraggio.

L'anno del pensiero magico di Joan Didion

La vita cambia in un istante. Passa dalla normalità alla catastrofe. John Gregory Dunne, sposato da quarant’anni con Joan Didion, muore all’improvviso la sera del 30 dicembre 2003. Ed è così che per Joan inizia l’anno del pensiero magico. Un anno in cui tutto viene rimesso in discussione, riconsiderato, riformulato. Le idee sulla morte, sulla malattia, sul calcolo delle probabilità, sulla fortuna e sulla sfortuna, sul matrimonio e sui figli e sulla memoria, sul dolore, sui modi in cui la gente affronta o non affronta il fatto che la vita finisce, sulla fragilità dell’equilibrio mentale, sulla vita stessa.

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Cambiare l'acqua ai fiori di Valérie Perrin

Violette Toussaint è guardiana di un cimitero di una cittadina della Borgogna. Ricorda un po’ Renée, la protagonista dell’Eleganza del riccio, perché come lei nasconde dietro un’apparenza sciatta una grande personalità e una storia piena di misteri. Durante le visite ai loro cari, tante persone vengono a trovare nella sua casetta questa bella donna, solare, dal cuore grande, che ha sempre una parola gentile per tutti, è sempre pronta a offrire un caffè caldo o un cordiale.

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Un matrimonio americano di Tayari Jones

Accolto al suo apparire negli Stati Uniti da un enorme successo di pubblico e dall’entusiasmo della critica, Un matrimonio americano è uno di quei rari romanzi in cui la narrativa illumina davvero la condizione umana, una condizione, nelle sue pagine, in cui i pregiudizi razziali, l’ineguaglianza della legge e la crudeltà stessa, che è sempre in agguato in ogni relazione davvero profonda, sono in grado di distruggere l’amore e mettere alla prova ogni sentimento morale.

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Diario di un dolore di C.S. Lewis

Il dolore puro è difficile da raccontare. Ma qui qualcuno ci è riuscito, con una precisione e un’onestà che ci lasciano ammirati, arricchiti. Questo è un libro che riguarda da vicino chiunque abbia avuto nella sua vita un dolore. C.S. Lewis pubblicò nel 1961, sotto lo pseudonimo di N.W. Clerk, questo breve libro che racconta la sua reazione alla morte della moglie. Illustre medioevalista e amatissimo romanziere, amico di Tolkien e come lui dedito alle incursioni nel fantastico, C.S. Lewis si è sempre dichiarato innanzitutto uno scrittore cristiano. Ma un cristiano duro, nemico di ogni facile consolazione.

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Alessia Dulbecco (1985) pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi centri antiviolenza, i suoi articoli sono apparsi su Il Tascabile, The Vision, L’indiscreto.

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